Stellantis, in Italia più di 6 lavoratori su 10 è in cassa o solidarietà

Crisi Stellantis: produzione in calo del 26,9%, oltre il 62% dei lavoratori in cassa. Sindacati chiedono un piano industriale per salvare gli stabilimenti italiani

Di Giorgio Colari
Pubblicato il 29 ago 2025
Stellantis, in Italia più di 6 lavoratori su 10 è in cassa o solidarietà

La situazione del settore automobilistico italiano sta vivendo una fase di crisi automotive senza precedenti, con ripercussioni drammatiche su occupazione, produzione e prospettive future. Il quadro che emerge dagli stabilimenti italiani di Stellantis è quello di una vera e propria emergenza industriale, in cui numeri e testimonianze parlano chiaro: il sistema produttivo nazionale è in profonda sofferenza, e le ripercussioni sociali rischiano di diventare ancora più gravi in assenza di risposte concrete.

Numeri preoccupanti

Nel primo semestre del 2025, la produzione veicoli degli impianti italiani di Stellantis si è attestata a soli 221.885 unità, segnando una caduta verticale del 26,9% rispetto all’anno precedente. Ma il dato più allarmante riguarda la cassa integrazione: ben il 62,3% dei dipendenti, pari a 20.390 lavoratori su 32.745, si trova attualmente sostenuto da ammortizzatori sociali. Un impatto devastante sull’occupazione, che mette in discussione la tenuta stessa dell’industria automobilistica italiana.

L’analisi dettagliata dei singoli siti produttivi mette in luce una situazione di estrema criticità. A Termoli, la chiusura della storica linea del motore Fire ha lasciato 1.823 operai in regime di solidarietà, misura che resterà in vigore almeno fino ad agosto 2026. Il progetto della gigafactory, che avrebbe dovuto rilanciare lo stabilimento, è ancora fermo al palo. Attualmente, le uniche linee attive sono quelle dedicate ai motori V6/2.0 T4 e GSE, mentre la nuova trasmissione eDCT non entrerà in produzione prima della fine del 2026.

La situazione degli stabilimenti italiani

Lo stabilimento di Pomigliano rappresenta quasi due terzi della produzione nazionale di automobili, ma è anch’esso in forte difficoltà. Qui, 3.750 lavoratori rimarranno in cassa integrazione per almeno un altro anno, a causa di un crollo della domanda che ha colpito tutti i modelli prodotti. In particolare, la Alfa Romeo Tonale e la Hornet hanno registrato perdite significative, mentre la Panda ha subito una contrazione del 24% nella prima metà dell’anno, segnale di una crisi profonda che coinvolge anche i modelli più iconici.

A Mirafiori, la situazione non appare migliore. Qui la cassa integrazione interesserà 2.220 addetti alle Carrozzerie, 300 alle Presse, 100 alla Costruzione stampi e 334 nell’ex Pcma di San Benigno Canavese. La produzione è scesa del 21,5%, colpendo sia la gamma Maserati sia la 500 elettrica. Le speranze di rilancio sono affidate al debutto della nuova 500 ibrida, previsto per novembre, ma la sola introduzione di questo modello potrebbe non bastare a invertire la tendenza negativa.

Non meno preoccupante la situazione a Melfi, dove gli ammortizzatori sociali sono stati estesi a 4.860 dipendenti e la produzione ha subito un tracollo del 59,4%, fermandosi a soli 19.070 veicoli. Un calo così drastico mette a rischio la sostenibilità stessa del sito produttivo e dell’indotto collegato.

La crisi attuale si inserisce in una dinamica di lungo periodo che, dal 2010, vede le fabbriche italiane di Stellantis dipendere sistematicamente dagli ammortizzatori sociali. Il ricorso a uscite incentivate è ormai una costante: nel 2024 sono state 3.700, e altre 2.352 sono previste entro l’anno in corso. Questa emorragia di posti di lavoro sottolinea l’urgenza di un piano industriale che sia in grado di rilanciare la competitività del comparto e di garantire prospettive concrete ai lavoratori.

L’intervento dei sindacati

I sindacati hanno alzato il livello di allarme, chiedendo a gran voce un intervento immediato da parte delle istituzioni. Michele De Palma della Fiom-Cgil sollecita il governo a convocare i vertici di Stellantis, incluso l’amministratore delegato Antonio Filosa, per definire una strategia di rilancio. La Fim-Cisl evidenzia le criticità di Termoli e la fragilità di Pomigliano e Cassino, mentre Rocco Palombella (Uilm) invoca l’introduzione di nuovi modelli, non esclusivamente elettrici, e misure concrete per sostenere l’intera filiera produttiva.

A complicare ulteriormente il quadro, le associazioni europee Acea e Clepa hanno richiesto alla Commissione Europea una revisione degli obiettivi di neutralità climatica fissati per il 2035, segnalando le difficoltà che stanno attraversando non solo Stellantis ma l’intero settore automobilistico europeo. Senza un intervento tempestivo e un chiaro piano industriale per il futuro delle fabbriche italiane, il rischio concreto è che la crisi industriale si trasformi in una vera e propria emergenza sociale, con effetti dirompenti sull’economia e sul tessuto sociale del Paese.

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