Rete di ricarica elettrica in Italia, 73.000 colonnine ma il 15% è inattivo
Al 31/12/2025 l'Italia raggiunge 73.047 punti di ricarica ma 10.957 sono inattivi. Disparità Nord-Sud e ritardi autostradali mettono a rischio gli obiettivi AFIR
Il panorama della mobilità elettrica in Italia si presenta come una realtà in rapida evoluzione, ma ancora attraversata da profonde diseguaglianze territoriali e da una serie di ostacoli burocratici che rischiano di rallentare il processo di transizione. I numeri raccontano una storia di crescita e potenzialità, ma dietro la superficie si celano criticità che il sistema Paese deve affrontare con decisione e tempestività per garantire una reale capillarità e funzionalità del servizio.
Rete di ricarica: crescita numerica, ma Sud e periferie penalizzate
A fine 2025, il territorio italiano conterà 73.047 punti di ricarica dislocati in circa 36.500 stazioni. Un dato che, almeno sulla carta, posiziona l’Italia tra le principali economie europee per diffusione dell’infrastruttura elettrica. Tuttavia, la distribuzione non è omogenea: il Nord detiene il 57% dei punti, lasciando le regioni meridionali e le aree periferiche in una condizione di evidente svantaggio. Questo squilibrio si riflette nella quotidianità degli automobilisti che, fuori dai grandi centri urbani e dalle regioni settentrionali, incontrano ancora difficoltà nell’accesso alla mobilità elettrica.
La Lombardia guida, il Sud arranca
Il primato spetta alla Lombardia, con 15.836 punti di ricarica, seguita da un Centro Italia che copre circa il 20% della rete nazionale. Al contrario, Sud e Isole possono contare su appena tre punti ogni dieci. Questo gap si acuisce nelle città: Roma vanta 3.973 punti, seguita da Milano (3.375) e Napoli (2.277). Tuttavia, tali cifre rischiano di mascherare le reali difficoltà di accesso nelle aree meno centrali, dove la copertura resta ancora insufficiente e disomogenea.
Punti installati e punti operativi: il nodo degli impianti inattivi
Non tutti i punti installati sono realmente utilizzabili: dei 73.047 totali, solo 62.090 risultano effettivamente operativi. Quasi 11.000 impianti – pari al 15% – sono ancora bloccati a causa di lungaggini amministrative, ostacoli autorizzativi e ritardi nella connessione alla rete elettrica. Questo fenomeno, particolarmente diffuso nelle aree meno sviluppate, rischia di minare la credibilità dell’intero sistema e di vanificare gli sforzi fatti finora.
Un vantaggio statistico che nasconde debolezze strutturali
Guardando ai rapporti tra veicoli elettrici e infrastrutture, l’Italia mostra dati incoraggianti: si conta un punto ogni sei auto, meglio di Francia (1:8,3), Germania (1:10,7) e Regno Unito (1:16,6). Anche la densità di punti per chilometro di strada (uno ogni 4 km) è competitiva. Tuttavia, la semplice quantità non basta: ciò che davvero conta è la distribuzione geografica e la reale funzionalità degli impianti, elementi che ancora rappresentano un punto debole del sistema nazionale.
Le autostrade e la pressione europea
Sul fronte delle autostrade, la rete conta 1.374 punti, di cui il 62% offre potenze superiori a 150 kW. Se si considerano anche le infrastrutture entro 3 km dalle uscite, il totale sale a 4.170. Nonostante questi numeri, i ritardi nelle gare d’appalto e nelle attivazioni da parte di alcuni concessionari rischiano di far infrangere il regolamento europeo AFIR, esponendo l’Italia a possibili sanzioni comunitarie e mettendo sotto pressione l’intero comparto.
Burocrazia e procedure: i veri ostacoli allo sviluppo
Operatori pubblici e privati lamentano una “giungla” procedurale: tempi lunghi per ottenere autorizzazioni locali, complessità burocratiche e ritardi nelle connessioni elettriche sono all’ordine del giorno. Le associazioni di categoria invocano una maggiore standardizzazione delle pratiche e una semplificazione amministrativa che possa accelerare la messa in servizio dei nuovi impianti. Nel frattempo, le autorità si trovano strette tra le scadenze imposte dall’Europa e la necessità di garantire interoperabilità, gestione efficiente dei pagamenti e una manutenzione costante delle infrastrutture.
Le priorità per il futuro della mobilità elettrica
Con il numero di veicoli elettrici destinato a crescere in modo esponenziale nei prossimi anni, la sfida per l’Italia non è più soltanto quantitativa. È necessario investire con decisione nelle aree meridionali e periurbane, semplificare le procedure amministrative e rafforzare la presenza di infrastrutture ad alta potenza soprattutto sulle autostrade. Gli operatori chiedono un piano strategico coordinato che offra certezza regolatoria e renda la rete più resiliente e inclusiva.
In conclusione, la vera sfida italiana non riguarda più i numeri, ma la capacità di garantire equità territoriale e qualità del servizio. Solo trasformando i dati promettenti in un servizio concreto e accessibile per tutti sarà possibile realizzare una mobilità elettrica davvero sostenibile e competitiva su scala europea.