Tesla, il Cybercab non si può fare: c’è un bel problema da affrontare

Il nome Cybercab di Tesla bloccato da Unibev per priorità di registrazione. Fra opzioni commerciali e legali, Tesla valuta negoziato o rebranding per proteggere il lancio

Tesla, il Cybercab non si può fare: c’è un bel problema da affrontare
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Giorgio Colari
Pubblicato il 8 gen 2026

Nel mondo dell’innovazione tecnologica, la velocità non è solo una questione di sviluppo prodotto, ma anche di tutela legale. La recente vicenda che vede protagonista Tesla e il nome del suo nuovo veicolo autonomo, mette in luce come una manciata di giorni possa determinare il destino di un’intera strategia di branding. La casa automobilistica di Elon Musk ha presentato il rivoluzionario modello a due posti, denominato Cybercab, il 10 ottobre 2024, suscitando immediatamente l’interesse del settore e dei media. Tuttavia, dietro il successo dell’annuncio si celava una fragilità burocratica: la domanda di registrazione marchio non era stata ancora formalizzata.

La risposta immediata

Nel frattempo, la francese Unibev si è mossa con una rapidità sorprendente, depositando la richiesta per lo stesso nome il 28 ottobre. Questo colpo di mano ha privato Tesla della priorità sul marchio, lasciando l’azienda di fronte a un bivio: accettare una trattativa per acquisire i diritti oppure procedere a un costoso e rischioso rebranding. In entrambi i casi, le conseguenze vanno ben oltre la semplice questione nominale, toccando la reputazione, la riconoscibilità e l’investimento già sostenuto nella comunicazione del prodotto.

L’episodio rientra perfettamente nel fenomeno del trademark squatting, una pratica sempre più diffusa nell’ambito delle proprietà intellettuali. In questo scenario, soggetti terzi depositano nomi e loghi con l’intento di rivenderli a grandi aziende, sfruttando eventuali ritardi o disattenzioni nei processi di tutela legale. Per Tesla, la tempistica si è rivelata fatale: nonostante la presentazione pubblica di Cybercab all’inizio di ottobre, la mancanza di una tempestiva registrazione marchio ha aperto la strada all’iniziativa di Unibev.

Non è un caso isolato

Non si tratta di un caso isolato nella storia della casa di Palo Alto. In passato, Tesla ha dovuto affrontare sfide simili, come dimostra la vicenda della Tesla Tequila. Il nome originario, “Teslaquila”, fu oggetto di contestazioni e obbligò l’azienda a rivedere la propria strategia di branding, dimostrando quanto sia cruciale anticipare i tempi nella tutela dei segni distintivi. Più di recente, anche il termine Robotaxi ha sollevato problematiche: l’USPTO (Ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti) ha respinto la domanda di registrazione, ritenendo la parola troppo generica e ormai parte integrante del lessico relativo ai trasporti autonomi.

Le opzioni che ora si prospettano per Tesla sono tutt’altro che semplici. Da un lato, la negoziazione con Unibev comporterebbe un esborso economico significativo, ma consentirebbe di mantenere intatta l’identità del prodotto e il valore mediatico già generato. Dall’altro, un rebranding repentino rischierebbe di annullare l’eco dell’annuncio e di creare confusione tra i potenziali clienti, vanificando settimane di lavoro promozionale e strategico.

Gli esperti di diritto industriale sottolineano come la priorità nella registrazione marchio sia fondamentale, ma non rappresenti l’unico criterio per la tutela legale. In molti ordinamenti, anche l’uso effettivo del nome sul mercato e la notorietà acquisita possono influire sull’esito di eventuali contenziosi. Tuttavia, i casi di trademark squatting complicano notevolmente il panorama competitivo, costringendo le aziende a essere sempre più rapide e proattive nella difesa dei propri asset immateriali.

In attesa di dichiarazioni ufficiali

L’attesa per una dichiarazione ufficiale da parte dei protagonisti lascia spazio a riflessioni più ampie. La disputa tra Tesla e Unibev dimostra che, anche nell’era digitale, la registrazione marchio preventiva rimane una barriera indispensabile contro rischi di speculazione e conflittualità legale. Un aspetto che spesso viene trascurato nelle strategie di lancio tecnologico, ma che può fare la differenza tra un successo globale e un costoso passo falso.

In definitiva, il caso Cybercab rappresenta un monito per tutto il settore automotive e per le aziende innovative: in un mercato dove l’attenzione mediatica e la rapidità sono fondamentali, la tutela del marchio non può essere lasciata al caso. Solo una strategia integrata, che coniughi visione di prodotto e attenzione agli aspetti legali, può garantire la protezione e la valorizzazione dei nuovi progetti, evitando che opportunismi e ritardi compromettano mesi di lavoro e investimenti.

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