De Tomaso Mangusta, la supercar nata per "mangiare" la Shelby Cobra

La De Tomaso Mangusta nacque dopo la rottura tra Alejandro De Tomaso e Carroll Shelby: persino il suo nome era una provocazione diretta alla Cobra

De Tomaso Mangusta, la supercar nata per "mangiare" la Shelby Cobra
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Renato Terlisi
Pubblicato il 10 set 2026

Alcune delle auto più affascinanti della storia sono nate dalla rivalità. È il caso della De Tomaso Mangusta, sportiva italiana degli anni Sessanta il cui nome rappresentava già una dichiarazione d’intenti: la mangusta è infatti uno degli animali capaci di affrontare e uccidere i cobra. Il riferimento alla Shelby Cobra era tutt’altro che casuale.

Dietro questa scelta c’era il rapporto complicato tra Alejandro De Tomaso e Carroll Shelby, protagonisti inizialmente di un progetto comune che avrebbe dovuto portarli a collaborare nelle competizioni. La partnership finì però prima del previsto e De Tomaso decise di rispondere costruendo una nuova sportiva.

Tutto iniziò con Carroll Shelby

Alla fine del 1964 Shelby cercava una vettura adatta alle gare Can-Am, ritenendo la Cobra poco competitiva in quel contesto, soprattutto contro le potenti Chevrolet da 7,0 litri schierate dalla squadra di Bruce McLaren.

Nacque così un accordo nel quale Shelby avrebbe fornito i finanziamenti, Alejandro De Tomaso avrebbe curato la parte ingegneristica e Peter Brock avrebbe guidato il gruppo responsabile del design. La collaborazione naufragò però tra interessi divergenti e differenti priorità.

Shelby spostò progressivamente l’attenzione sul programma Ford GT40, mentre da quel progetto incompiuto sarebbero comunque nate la Shelby-De Tomaso P70 del 1965 e successivamente la De Tomaso Sport 5000. De Tomaso non prese bene la conclusione dell’accordo e decise di dimostrare ciò che la sua azienda era in grado di realizzare autonomamente.

Una mangusta contro il Cobra

Dopo la Vallelunga arrivò quindi la Mangusta. La scelta del nome era una frecciata evidente alla Shelby Cobra, anche se sul piano delle prestazioni la nuova italiana non riuscì realmente a mettere fuori gioco la rivale americana. Il telaio derivava concettualmente da quello utilizzato sulla P70 ed era caratterizzato da una struttura centrale a spina dorsale.

Il motore partecipava inoltre alla struttura dell’insieme, una soluzione già sperimentata sulla Vallelunga. La caratteristica più spettacolare era però nella parte posteriore: il propulsore era coperto da due grandi pannelli incernierati centralmente, capaci di aprirsi verso l’alto con un movimento che ricordava le porte ad ala di gabbiano.

Il design portava la firma di Giugiaro

A rendere inconfondibile la Mangusta ci pensò Giorgetto Giugiaro, partendo da un’impostazione stilistica originariamente concepita per Iso. Il risultato fu una carrozzeria bassissima e aggressiva, destinata a diventare una delle più riconoscibili dell’epoca.

A seconda del mercato, dietro l’abitacolo trovavano posto V8 Ford da 4,7 o 4,9 litri, appartenenti alla stessa famiglia di motori impiegata sulla Ford GT40 Mk I. Una configurazione da 4,8 litri veniva accreditata di circa 302 CV, mentre la Cobra 427 disponeva di un enorme V8 da 7,0 litri e circa 485 CV. La Mangusta offriva però contenuti sofisticati per l’epoca, tra cui aria condizionata, sterzo a cremagliera e alzacristalli elettrici.

Ne costruirono soltanto 401

La produzione proseguì dal 1966 al 1971 e si fermò ad appena 401 esemplari. La Mangusta non riuscì quindi a eliminare commercialmente la Cobra, anche perché le due vetture finirono per occupare segmenti differenti, ma raggiunse un obiettivo fondamentale: far conoscere De Tomaso a livello internazionale.

Quell’esperienza preparò il terreno alla successiva Pantera, che avrebbe avuto un rapporto ancora più stretto con Ford e sarebbe stata commercializzata negli Stati Uniti attraverso la rete Lincoln. Oggi la Mangusta è diventata una ricercata automobile da collezione: un esemplare del 1969 è arrivato vicino ai 300.000 dollari in asta. Un’altra vettura dello stesso anno è entrata persino nella cultura popolare apparendo in Kill Bill: Volume 2.

Una carriera notevole per un’auto nata, almeno in parte, con uno scopo decisamente personale: dimostrare a Carroll Shelby che Alejandro De Tomaso poteva costruire da solo una sportiva capace di sfidare il suo Cobra.

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