Le auto bimotore che hanno fatto la storia: trionfo di follia

Scopri sei auto bimotore iconiche: dalla 2CV Sahara alle sperimentali Alfa e Lancia, passando per la Golf Pikes Peak e la super MTM Bimoto

Le auto bimotore che hanno fatto la storia: trionfo di follia
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Giorgio Colari
Pubblicato il 2 gen 2026

La storia dell’automobile è costellata di progetti visionari, e tra questi un posto speciale spetta alle auto bimotore. Macchine nate dal desiderio di superare i limiti, capaci di sprigionare potenze straordinarie grazie a soluzioni tecniche tanto affascinanti quanto complesse. Dalla piccola francese progettata per attraversare i deserti alle hypercar con potenze che sfiorano i mille cavalli, il concetto di doppio motore ha sempre acceso la fantasia di ingegneri e appassionati. Tuttavia, nonostante prestazioni mozzafiato e una tecnica all’avanguardia, la produzione di serie è rimasta un miraggio: peso eccessivo, problemi di raffreddamento e costi fuori scala hanno relegato la maggior parte di queste vetture a prototipi, più che a realtà commerciali.

Quando la potenza era una necessità: la sfida della Volkswagen Golf Pikes Peak

Nel 1987, la Volkswagen Golf Pikes Peak rappresentò una risposta radicale a una sfida altrettanto estrema: scalare la leggendaria salita verso la vetta del Colorado. Equipaggiata con due motori 1,8 litri 16V sovralimentati, questa GTI MK2 sprigionava complessivamente 652 cavalli. Il sistema di trazione variabile – anteriore, posteriore o integrale – trasformava la vettura in una vera macchina da corsa. Il doppio motore non era pensato per la produzione di massa, ma per distribuire la coppia in modo ottimale in un contesto altamente selettivo come quello delle competizioni in salita. Un esempio perfetto di come la tecnologia bimotore fosse una soluzione a problemi molto specifici.

L’ingegno italiano: tra artigianato e creatività

Gli anni Settanta e Ottanta furono teatro di esperimenti altrettanto audaci ma dal sapore più artigianale. Nel 1974, un concessionario italiano realizzò l’Alfa Romeo Alfasud Ti bimotore: due motori boxer da 1,2 litri, uno collocato anteriormente e l’altro dietro i sedili anteriori, ciascuno con il proprio cambio. La velocità massima dichiarata? Ben 215 km/h. Qualche anno dopo, il progettista Giorgio Pianta tentò la stessa strada con la Lancia Trevi Bimotore, inserendo un secondo motore 2,0 litri al posto dei sedili posteriori. Tuttavia, la realtà si rivelò ostica: il peso aggiuntivo, i problemi di raffreddamento e l’equilibrio precario impedirono qualsiasi ipotesi di industrializzazione. Questi esperimenti restarono esempi di puro ingegno, ma difficilmente replicabili su larga scala.

Dal lusso all’estremo: Mercedes A 38 AMG e MTM Bimoto

Nel 1998, Mercedes A 38 AMG decise di stupire il mondo con una soluzione fuori dagli schemi: due motori 1,9 litri, 250 cavalli totali e solo quattro esemplari costruiti. Due di queste rarità finirono nelle mani dei piloti di Formula 1 Mika Häkkinen e David Coulthard, a conferma del valore più promozionale che commerciale dell’iniziativa. Ancora più radicale fu la MTM Bimoto del 2002, derivata da una Audi TT: due motori 1,8 litri da 510 cavalli ciascuno, per un totale di 1.020 cavalli, uno 0-100 km/h in 3,1 secondi e una velocità massima di 394 km/h. Anche qui, la complessità meccanica e i costi proibitivi limitarono la produzione a pochissimi esemplari, rendendo queste vetture oggetti da collezione e simboli di un’estrema capacità tecnica.

La vera eccezione: la Citroën 2CV Sahara

Se esiste un’auto bimotore che ha davvero trovato il proprio spazio, questa è la Citroën 2CV Sahara 4×4 del 1961. Prodotta in 691 esemplari, era equipaggiata con due motori da 425 cc (13,5 cavalli ciascuno) e una trazione integrale meccanica. Non brillava certo per velocità – raggiungeva appena i 100 km/h – ma era robusta, affidabile e, soprattutto, funzionale. Questa soluzione rispondeva a un’esigenza concreta: la mobilità su terreni difficili e isolati, dove la semplicità e la capacità di superare ostacoli erano più importanti delle prestazioni pure. Un esempio di come il concetto bimotore potesse avere senso quando rispondeva a bisogni reali, anziché inseguire solo la potenza.

Tre approcci, nessun vincitore

Analizzando la storia delle auto bimotore, emergono tre direzioni principali: la specializzazione per terreni difficili (come la Citroën 2CV Sahara), la ricerca della massima potenza in ambito sportivo (esemplificata dalla Volkswagen Golf Pikes Peak) e le dimostrazioni estreme di ingegneria (rappresentate dalla MTM Bimoto). Tuttavia, nessuna di queste strade è riuscita a superare i limiti imposti dalla gestione termica, dalla complessità meccanica e, soprattutto, dai costi di produzione, elementi che hanno impedito una vera diffusione commerciale di queste vetture.

Il presente sceglie altre vie

Oggi il mondo dell’auto affronta sfide simili con approcci profondamente diversi. Le architetture ibride ed elettriche, invece di duplicare i motori a combustione, combinano unità elettriche e termiche o distribuiscono motori elettrici su ciascun asse. Questo consente di ottenere flessibilità, controllo dinamico e prestazioni elevate, riducendo però i compromessi meccanici e i costi di gestione. Le auto bimotore restano così testimoni di un’epoca in cui l’innovazione si esprimeva spesso attraverso soluzioni radicali, ma il progresso ha preferito percorrere strade più semplici e razionali.

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