Chiude in bellezza il salone di Detroit, ora lo show passa a Ginevra

Tutto ciò che è successo a Detroit, e che in pochi hanno raccontato.

Neppure il freddo polare che ha investito gli Stati Uniti nelle ultime tre settimane ha fermato il felice andamento del mercato automobilistico americano: il mese si preannuncia già ora come il miglior gennaio dell’ultimo decennio e deve essere vero se a dirlo sono i concessionari riuniti a New Orleans per il proprio meeting annuale. L’intero 2013, del resto, ha già confermato di essere stato la migliore annata dal 2007, cioè da quando è scoppiata la grande crisi, e gli analisti di settore si contendono ora previsioni variabili fra i 15,9 e i 16,4 milioni di auto per il 2014. Che dire? Si deve venire in America per ritrovare quella “voglia” di auto ormai quasi del tutto frustrata nella nostra disastrata e conflittuale Europa.

E’ proprio questo il clima di ritrovato entusiasmo in cui si è svolto dal 13 gennaio ad ieri il NAIAS (North American International Auto Show) di Detroit che questa sera chiuderà i battenti dopo 15 giorni consumati a ritmo serrato, intensi e colmi di energia positiva. E’ l’ultimo week end per questa edizione 2014 più che eccezionale del Salone che ha festeggiato anche 25 anni di “carriera” da quando si è trasformato in evento internazionale e di peso mondiale, da mostra di “provincia” che era prima, polverizzando tutti gli altri show “locali” da Los Angeles a Chicago a New York. Non è cosa da poco pensando a un Paese con 330 milioni di abitanti.

Come sempre, passati i due giorni di fuochi pirotecnici iniziali ascoltando i messaggi dei top manager mondiali, l’Europa ha già archiviato il “caso” mentre il circo dell’auto si prepara allo show di casa in programma a Ginevra dal 6 marzo. Ma con tutta l’esperienza e la buona volontà degli organizzatori svizzeri e degli stessi costruttori il clima non potrà in nessun caso essere lo stesso. Detroit, come dicevo, ha aperto con tutte le migliori carte: vendite nel 2013 cresciute del 7,6% a quota 15.582.000 immatricolazioni, costruttori nazionali in forze dopo sei anni di crisi, fallimenti e durissimo lavoro di recupero, e una cinquantina di novità di prodotto.

I nuovi modelli non mancheranno di certo a Ginevra, unico show europeo a cadenza annuale come Detroit, e il più amato dagli stessi costruttori europei. Un salone che seguiremo come sempre "live": vedremo allora se basteranno le nuove presentazioni ad esorcizzare il peso di un mercato europeo chiuso il 31 dicembre scorso a quota 12,3 milioni con trend in discesa del 1,8% su un 2012 già misero di suo. Ed è anche molto chiaro che il grande freddo istituzionale e politico europeo (per non dire dell’Italia) nei confronti dell’auto non da alcun segnale di inversione di rotta.

Ma, tornando a Detroit, non sono state solo le cinquanta novità presentate di cui Autoblog ha dato conto con quotidiana puntualità, a dare spessore a questa prima rassegna dell’anno, quanto i particolari eventi di “riassetto” industriale che l’hanno accompagnata.

Primo fra tutti la definitiva acquisizione da parte della Fiat dell’ultima quota azionaria Chrysler, annunciata il primo gennaio, illustrata da Sergio Marchionne il 13 a Detroit e perfezionata il 21: un fatto destinato ad influenzare fortemente il futuro delle due aziende e dei relativi mercati, e che dovrebbe riportare sulla scena internazionale anche l’Alfa Romeo.

Non meno rilevante, seppure di segno diverso, l’insediamento il 15 dicembre al vertice della General Motors di Mary Barra, 52 anni e prima donna nella storia al timone di un’azienda automobilistica, per di più in GM la più grande e la più conservatrice di tutte. Meno rivoluzionaria ma non meno rilevante (+ 2 punti di valore azionario in Borsa) la conferma, sempre nei giorni del salone, da parte di Alan Mulally di restare ancora al vertice di Ford nel frattempo nominata in America “Brand dell’anno” per le sue performance complessive nel mondo. Sono state per molti versi una serie di curiose coincidenze che tuttavia consacreranno questa edizione del salone di Detroit probabilmente come il più importante degli anni Duemila.

Intanto, giusto all’indomani della chiusura, mercoledi 29 il Consiglio di amministrazione annuncerà il nuovo assetto del gruppo Fiat-Chrysler da cui si potranno dedurre almeno in parte le rotte future: dalla sede legale e fiscale (Londra?), alla quotazione di Borsa principale (New York?), alla sede operativa e al nome del gruppo in cui, secondo Marchionne, dovrebbero figurare sia Fiat sia Chrysler. Si dovrà tuttavia aspettare l’assemblea del primo maggio per scoprire i veri programmi che deriveranno da questa operazione: un piano triennale che sarà guidato comunque dallo stesso Marchionne.

In casa Fiat, a Detroit, bocche cucite anche sui minimi dettagli, compresa la sorte degli accordi già ufficialmente firmati come quello concluso un anno fa tra Fiat e Mazda per la produzione in Giappone della nuova spider Alfa sul pianale della MX5, oggi in aperta contraddizione con le ultime dichiarazioni di Marchionne circa la necessaria italianità di tutta la futura Alfa Romeo.

Non resta a questo punto altro da segnalare se non le diverse opinioni in merito sulle due sponde dell’Atlantico: normale entusiasmo e “orgoglio” sul fronte nazionale che spera in un vero riassetto e ruolo della produzione italiana, dichiarata preoccupazione su quello americano che, senza mezzi termini, teme che le energie e le risorse americane possano essere trasferite a sostegno del più debole ramo italiano in aggiunta all’indebitamento complessivo del gruppo. Il prossimo primo maggio Marchionne dovrà effettivamente sottoporsi al più importante giudizio internazionale della sua decennale carriera nel mondo dell’auto.

Ma l’Ad di Fiat-Chrysler non sarà il solo sotto esame. Lo sarà, in effetti ancora di più la nuova “car girl” Mary Barra (gli americani definiscono “car guys”, ragazzi dell’automobile, i veri specialisti) che ha il compito di far crescere rapidamente i profitti e l’immagine del Brand già per la fine del prossimo anno con il lancio di nuovi modelli di successo e remunerativi. Un compito ciclopico che tuttavia non spaventa una donna nata e addestrata da giovanissima nel mondo dell’auto e della GM che conosce come le sue tasche.

Sarà indiscutibilmente una sfida in gara con il tempo anche a giudicare da quel poco di attraente esposto al salone, ancora una volta centrato sui grandi truck come il grosso pick up Silverado della Chevrolet e sulla Corvette Z06 sempre Chevrolet. Proprio il brand più importante del gruppo di cui è stato appena annunciato il ritiro dal mercato Europeo entro la fine del 2015.

Nei giorni scorsi di nuovo in prima pagina del “Business day” del New York Times la manager oggi più in vista d’America, appena partita per l’Europa dove le sue attenzioni andranno inevitabilmente alla Opel che ora dovrà di certo tenere un passo molto più deciso che in passato. Di Mary Barra basterà citare quanto ha detto ai suoi uomini nei giorni scorsi: “Anche quando si è leader in un segmento di mercato è solo per un momento. Gli altri stanno già cercando di superarvi, perciò dovrete alzare costantemente i vostri obiettivi”. Il messaggio non lascia margini di interpretazione.

Ambiente molto più rilassato in casa Ford una volta tranquillizzato il mondo con la conferma di Mulally già citata. Per la casa dell’ovale protagonista assoluto è stato il classico pick up F150, il veicolo più venduto in America davanti al Silverado e al Dodge Ram della Chrysler in cima alla classifica generale americana. Accanto in bella mostra, passato e presente della celebrata Mustang che si prepara allo sbarco europeo l’anno prossimo, uno dei modelli sempre nel cuore degli automobilisti Usa.

Ma, a dirla tutta, accanto al rinvigorito entusiasmo di bandiera la panoramica del salone mostra sempre di più il ruolo dell’auto europea, o meglio dell’auto tedesca: Mercedes, Bmw e Audi secondo la classifica delle vendite, non perdono mai d’occhio questo remunerativo mercato. Non a caso il debutto al salone della nuova Classe C di Mercedes, della Serie 2 coupé della Bmw e l’annuncio di Audi della nuova Q3 in arrivo in Usa in primavera. Da notare in particolare anche la specifica politica di Mercedes in termini di prezzi per conquistare nuovo pubblico fino a quota 30.000 dollari. Unica delusione tedesca la perdita di quota di Volkswagen che, come marca generalista, deve vedersela fra gli altri con una Toyota tornata fortissima al 12,1% di quota a una incollatura dalla Chevrolet.

Sono cifre e testimonianze, tuttavia, che riguardano il recupero e le prospettive dell’area americana, ma come in tutti campionati mondiali la vera partita rimane sempre di più quella globale: conta di più avere una media alta ovunque ci sia mercato piuttosto che essere leader in casa propria o su pochi mercati. E questo, a quanto sembra, lo stanno capendo faticosamente anche in Europa. Le crisi prima o poi nascono ovunque ma un buon “player” sul mercato universale deve saperlo ed essere pronto a gestirne i mutamenti. Non è una grande scoperta ma rimane sempre valida. Qui Detroit, a voi Ginevra.

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