Perché le auto cinesi fanno fatica a penetrare negli USA
Per ora Lithia Motors esclude le auto cinesi dal mercato USA per costi, ritorno e franchising rigido. Intanto le esportazioni cinesi accelerano, guidate da BYD e dalla domanda globale
Il mercato automobilistico statunitense resta, almeno per ora, una fortezza difficile da espugnare per i costruttori provenienti dall’Estremo Oriente. La questione dell’ingresso delle auto cinesi negli Stati Uniti continua a essere un tema caldo, soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni di Bryan DeBoer, amministratore delegato di Lithia Motors, il più grande gruppo di concessionarie auto degli USA. Pur non escludendo un’apertura futura, DeBoer ha chiarito che, al momento, non sono previste vendite dirette di marchi cinesi nel mercato USA. Una posizione che riflette sia la complessità del contesto americano sia le strategie consolidate di un colosso che conosce bene le dinamiche internazionali.
Un’analisi dei costi
Il punto di vista di Lithia Motors nasce da un’analisi pragmatica dei costi e delle difficoltà legate all’avvio di nuove attività nel territorio americano. Se in Europa il gruppo ha già sperimentato la vendita di auto cinesi – basti pensare ai punti vendita dedicati a marchi come Chery Automobile – negli Stati Uniti la situazione appare molto più articolata. La struttura del franchising americano impone una serie di vincoli e investimenti che vanno ben oltre quelli richiesti dal Vecchio Continente. Adattare una showroom europea per ospitare un brand cinese può costare meno di 100.000 dollari, ma la realtà americana è ben diversa: qui le spese lievitano rapidamente a causa della necessità di creare infrastrutture adeguate, reti di assistenza capillari, formazione tecnica specializzata e una logistica dei ricambi efficiente.
Questo divario nei costi rappresenta uno dei principali ostacoli all’ingresso dei costruttori cinesi negli Stati Uniti. Tuttavia, il panorama globale suggerisce che la prudenza attuale potrebbe non durare a lungo. Nel 2023, le esportazioni cinesi di automobili hanno raggiunto un traguardo storico: oltre 5 milioni di veicoli spediti in tutto il mondo, un dato che ha permesso alla Cina di superare il Giappone e di diventare il primo esportatore mondiale di auto. Questo successo è trainato da marchi come BYD, leader dell’avanzata grazie a tecnologie all’avanguardia e a una politica di prezzi estremamente competitiva.
Il fenomeno delle esportazioni
Il fenomeno delle esportazioni cinesi si traduce anche in numeri impressionanti sul mercato interno: i brand cinesi hanno venduto 13,4 milioni di unità, superando gli 11,9 milioni delle case automobilistiche statunitensi. Una crescita che non passa inosservata e che spinge analisti e operatori del settore a interrogarsi sulle possibili ripercussioni per il mercato USA. Eppure, le barriere all’ingresso restano formidabili. Il sistema di franchising americano richiede una struttura organizzativa estremamente complessa, capace di garantire standard elevati sia in termini di servizio che di sicurezza.
A questi ostacoli si aggiungono considerazioni di natura politica e geopolitica. L’arrivo delle auto cinesi negli Stati Uniti potrebbe infatti innescare reazioni da parte delle istituzioni e sollevare dubbi tra i consumatori, preoccupati da tematiche legate alla sicurezza e alla protezione dei dati. Non bisogna sottovalutare, inoltre, il rischio di tensioni commerciali e l’eventuale introduzione di misure protezionistiche volte a tutelare la produzione nazionale.
Nonostante tutto, la storia insegna che la diffidenza iniziale nei confronti dei nuovi player internazionali può essere superata. Lo dimostrano i casi delle case automobilistiche giapponesi e sudcoreane, che, dopo un inizio difficile, sono riuscite a conquistare quote significative del mercato USA. È probabile che anche i costruttori cinesi seguiranno un percorso simile, scegliendo una strategia di penetrazione graduale piuttosto che uno scontro diretto con il sistema americano. Partnership strategiche, collaborazioni con operatori locali e l’ingresso nei mercati secondari potrebbero rappresentare la chiave per superare le rigidità del franchising e per adattarsi alle specificità delle infrastrutture statunitensi.