L'ultima Fiat 126 prodotta, il canto del cigno di un modello da record

Scopri l'evoluzione della Fiat 126: dal lancio nel 1972 alla produzione in Polonia, il soprannome Maluch, gli aggiornamenti tecnici e la serie limitata Happy End

L'ultima Fiat 126 prodotta, il canto del cigno di un modello da record
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Giorgio Colari
Pubblicato il 29 nov 2025

La storia di una vettura che ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva europea non può essere raccontata senza dedicare le dovute attenzioni ai numeri straordinari che la caratterizzano. Con oltre 4,6 milioni di esemplari prodotti nel corso di quasi tre decenni, la Fiat 126 rappresenta molto più di una semplice automobile: è il simbolo tangibile di un’epoca in cui l’accesso alla mobilità personale costituiva una vera e propria rivoluzione sociale. Lanciata nel lontano 1972 come naturale prosecuzione del mito della celeberrima Fiat 500, questa piccola vettura compatta ha trasformato radicalmente il modo di muoversi in città, democratizzando l’automobile e rendendola accessibile a milioni di famiglie, soprattutto nei mercati dell’Europa dell’Est.

Peso ridotto

Dotata di un motorino da 650 cc e del peso ridottissimo di soli 580 chilogrammi, la Fiat 126 incarnava perfettamente la filosofia progettuale che caratterizzava l’ingegneria italiana degli anni settanta. La semplicità costruttiva non rappresentava un limite, bensì una scelta consapevole volta a mantenere i costi di produzione e di acquisto al minimo possibile. Questa caratteristica, unita all’eccezionale affidabilità meccanica, permise alla vettura di conquistare rapidamente i mercati internazionali, trasformandosi in un vero e proprio fenomeno di costume.

Il vero cuore pulsante della storia produttiva della Fiat 126 risiede però in Polonia. Sin dal 1973, appena un anno dopo il lancio nel mercato italiano, la Fiat affidò la produzione a FSM (Fabryka Samochodów Małolitrażowych), una scelta strategica che avrebbe profondamente influenzato l’intera traiettoria della vettura. In breve tempo, la piccola auto conquistò il mercato locale acquisendo un soprannome affettuoso destinato a diventare leggendario: Maluch, un diminutivo che significa letteralmente “piccolo” o “bambino” nella lingua polacca, e che nel 1997 divenne ufficialmente riconosciuto dal produttore stesso. Questa denominazione non era semplice folklore automobilistico, ma rifletteva l’autentico legame emotivo che i polacchi avevano sviluppato con la vettura.

Un momento decisivo

Un momento decisivo nella produzione Polonia si verificò a partire dal 1985, quando l’intero ciclo manifatturiero mondiale della Fiat 126 venne trasferito negli stabilimenti polacchi. Una mossa industriale di straordinaria importanza che significava che persino i modelli destinati ai mercati italiani recavano la prestigiosa dicitura “Made by FSM”, testimonianza della qualità e dell’affidabilità conquistate dai costruttori polacchi.

Nel corso degli ultimi decenni della sua vita commerciale, la vettura si adeguò progressivamente alle trasformazioni normative e tecnologiche del settore. Durante gli anni novanta furono introdotti l’iniezione di carburante e il catalizzatore, innovazioni fondamentali per rispettare le sempre più stringenti normative ambientali europee. Nonostante questi aggiornamenti, il design rimase sostanzialmente fedele al progetto originario, conservando quella essenzialità stilistica che l’aveva resa immortale.

All’alba del nuovo millennio

L’ultimo capitolo di questa straordinaria saga produttiva venne scritto nel 2000 con la creazione della serie speciale Happy End, una collezione limitata di mille esemplari verniciati in un vivace giallo che simboleggiava il congedo dalla produzione. Queste vetture rappresentano oggi una parte fondamentale della memoria collettiva automobilistica europea, pezzi di storia contemporanea dalle ruote.

Il primo e l’ultimo esemplare della Fiat 126 sono attualmente conservati presso l’Heritage Hub Torino, dove rappresentano simboli tangibili di una carriera straordinaria che ha attraversato tre generazioni di europei. Mentre gli appassionati celebrano il veicolo per la sua semplicità costruttiva, l’economia di esercizio e il valore affettivo inestimabile, la comunità scientifica contemporanea non nasconde i suoi limiti intrinseci: scarsa sicurezza attiva e passiva, comfort ridotto e prestazioni decisamente obsolete secondo gli standard moderni. Tuttavia, rimane incontestabile il fatto che la Maluch ha democratizzato la mobilità personale, continuando a vivere nei musei, nei club specializzati e nelle radunate appassionate di collezionisti provenienti da tutta Europa, confermandosi come simbolo indelebile di un’epoca in cui l’automobile rappresentava una vera conquista sociale, non un semplice possesso materiale.

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