Bollinger Motors, il sogno elettrico finisce all’asta: startup in liquidazione

Bollinger Motors costretta a vendere asset e veicoli dopo debiti e indagini: cosa resta del progetto e se può rinascere

Bollinger Motors, il sogno elettrico finisce all’asta: startup in liquidazione
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Renato Terlisi
Pubblicato il 28 apr 2026

C’è una linea sottile, nel mondo delle startup elettriche, che separa la promessa dal fallimento. Alcuni la attraversano diventando nuovi giganti, altri si fermano pochi metri prima. Bollinger Motors appartiene, almeno per ora, alla seconda categoria.

Perché il sogno di costruire fuoristrada elettrici puri, spartani, quasi militari nella loro filosofia, si è infranto contro la realtà più dura: i conti che non tornano.

Dalla visione all’asta

La notizia è di quelle che fanno rumore, anche se arriva in silenzio: un tribunale statunitense ha ordinato la messa all’asta degli asset dell’azienda. Non concept, non idee. Ma macchinari, attrezzature, veicoli veri.

Tra questi, anche circa 20 esemplari del Bollinger B4, oltre a sistemi di test per batterie, strumenti di produzione e intere linee operative. È il momento in cui una startup smette di essere un progetto e diventa un inventario.

Una crisi annunciata

Eppure, qualcosa si era già incrinato da tempo. La fusione con Mullen Automotive, avvenuta l’anno scorso, sembrava poter offrire una via d’uscita.

Non è bastato. Alle difficoltà industriali si sono aggiunte quelle legali: fornitori non pagati, decine di segnalazioni per stipendi e benefit mancanti, e persino un’indagine da parte delle autorità sul lavoro.

Nel frattempo, anche la Michigan Economic Development Corporation chiede indietro parte dei fondi pubblici concessi, circa un milione di dollari, a fronte di investimenti e posti di lavoro che non si sono mai concretizzati.

Il ritorno del fondatore

E poi, come spesso accade nelle storie industriali più complesse, arriva un colpo di scena. Robert Bollinger, fondatore dell’azienda, è tornato. Non per rilevare la società, ma per riprendersi ciò che conta davvero: la proprietà intellettuale e i prototipi originali dei modelli Bollinger B1 e Bollinger B2.

Prezzo dell’operazione: meno di 250.000 dollari. Una cifra simbolica, se rapportata alle ambizioni iniziali. Ma sufficiente per tenere accesa una possibilità.

Non è ancora finita?

Dire che Bollinger è finita sarebbe troppo semplice. Forse anche sbagliato. Perché il mercato dei veicoli elettrici, oggi più che mai, è pieno di contraddizioni: cresce, ma seleziona. Premia chi ha scala, ma lascia spazio a nicchie ancora inesplorate.

E proprio lì, in quella terra di mezzo tra utilitarismo e identità, i progetti come B1 e B2 potrebbero ancora avere senso. Non come rivoluzione, ma come alternativa.

La lezione

La storia di Bollinger non è un’eccezione. È una regola non scritta del nuovo automotive: non basta avere un’idea forte, serve una struttura ancora più forte per sostenerla. Per ogni successo come Rivian o Lucid Motors, ci sono decine di tentativi che si perdono lungo la strada.

Alcuni spariscono. Altri restano in sospeso. Bollinger, oggi, è lì. In bilico tra ciò che è stato e ciò che, forse, potrebbe ancora diventare.

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