Airbag Takata, 1,6 milioni di auto a rischio in Italia: chiesto il fermo
In Italia 1,6 milioni di auto con airbag Takata non sostituiti. Il Movimento Consumatori chiede il fermo obbligatorio e interventi più rapidi da istituzioni e case
In Italia, la sicurezza stradale continua a essere minacciata da un problema che sembra non trovare soluzione: ben 1,6 milioni di veicoli circolano ancora oggi con dispositivi potenzialmente letali a bordo. Il caso degli airbag Takata rappresenta uno dei più gravi scandali della storia automobilistica recente, con ripercussioni che coinvolgono milioni di automobilisti e una moltitudine di marchi, senza risparmiare nessuno tra i principali costruttori europei.
«L’interesse dei produttori a ridurre i costi non può prevalere sulla sicurezza dei cittadini»: questa è la posizione netta espressa da Paolo Fiorio, rappresentante del Movimento Consumatori, che sintetizza l’urgenza e la gravità della situazione. Gli airbag difettosi prodotti dalla società giapponese Takata sono ancora installati su numerose vetture, nonostante le campagne di richiamo che, negli ultimi anni, hanno coinvolto ben 4 milioni di veicoli nel nostro Paese. Tuttavia, la realtà parla chiaro: troppi automobilisti continuano a viaggiare con un rischio concreto e sottovalutato.
Il problema è diffuso
Il problema, infatti, non si limita a un singolo brand. Dai giganti del gruppo Stellantis fino a BMW, passando per Land Rover, Opel e molti altri, il difetto dei generatori di gas degli airbag Takata coinvolge trasversalmente tutto il mercato europeo. Il propellente utilizzato da Takata—azoturo o ammonio nitrato—si degrada col tempo, specialmente se esposto a calore e umidità. Questo deterioramento può causare esplosioni improvvise dell’airbag, con la proiezione di schegge metalliche verso gli occupanti dell’auto: un rischio che ha già causato numerosi incidenti gravi e, purtroppo, anche vittime.
Il Movimento Consumatori denuncia senza mezzi termini i ritardi istituzionali. L’intervento del Ministero dei Trasporti è arrivato con oltre dieci anni di ritardo rispetto ai primi segnali di allarme, e ancora oggi risulta largamente inefficace. Mancano misure forti e decisive, come il fermo obbligatorio per i veicoli che non hanno ancora sostituito gli airbag difettosi: uno strumento che, se adottato, potrebbe davvero accelerare il processo di messa in sicurezza.
A livello giudiziario, un segnale importante è arrivato dal Tribunale di Torino, che ha imposto a Groupe PSA Italia di completare le sostituzioni sugli esemplari di Citroen C3 e DS3 entro gennaio 2025. Ma la domanda resta: come costringere milioni di proprietari a portare i propri veicoli in officina, soprattutto quando si tratta di auto datate o passate di mano più volte?
Chiesto un cambio di passo
Le proposte avanzate dalle associazioni dei consumatori puntano a un cambio di passo: non basta più il semplice richiamo. Occorrono incentivi economici per i proprietari che effettuano la sostituzione, la pubblicazione di liste trasparenti e facilmente consultabili dei veicoli coinvolti, e una comunicazione più efficace e capillare. Nel frattempo, le case automobilistiche lamentano difficoltà operative: la scarsità di pezzi di ricambio, la capacità limitata delle reti di assistenza e la difficoltà di rintracciare i proprietari dei veicoli più vecchi o rivenduti rappresentano ostacoli reali, ma che, secondo il Movimento Consumatori, non possono giustificare la lentezza delle operazioni.
In assenza di normative stringenti e di un sistema di fermo obbligatorio, la responsabilità ricade quasi interamente sugli automobilisti. Sono loro che devono verificare regolarmente le banche dati dei richiami, rispondere tempestivamente alle comunicazioni delle case produttrici e, soprattutto, non sottovalutare il rischio a cui sono esposti ogni giorno. Una situazione che, ad oggi, appare ancora lontana dalla soluzione definitiva, lasciando aperta una partita complessa e delicata per la sicurezza di milioni di persone.
Il caso degli airbag Takata rappresenta un monito severo: la sicurezza sulle nostre strade non può essere messa in secondo piano da logiche di risparmio o da inefficienze burocratiche. Finché le istituzioni non adotteranno misure più incisive e i costruttori non accelereranno le operazioni di sostituzione, resteranno milioni di automobilisti italiani esposti a un rischio inaccettabile e ancora troppo sottovalutato.