Uno Stato africano ha messo al bando le auto termiche: perché

L'Etiopia blocca le importazioni di auto a combustione, incentiva i veicoli elettrici con dazi agevolati e sfrutta il Grand Ethiopian Renaissance Dam. Sfide: rete fragile, carenza tecnici e infrastrutture di ricarica

Uno Stato africano ha messo al bando le auto termiche: perché
G C
Giorgio Colari
Pubblicato il 23 feb 2026

Nel cuore dell’Africa, una rivoluzione silenziosa ma determinata sta cambiando il volto della mobilità e dell’energia: l’Etiopia ha deciso di puntare tutto su un futuro sostenibile, abbandonando i vecchi schemi legati ai combustibili fossili. Il 2024 segna un punto di svolta, con una scelta che non ha precedenti nella regione: il governo di Addis Abeba ha imposto un divieto importazione per tutte le auto con motore a combustione interna, spalancando le porte a una transizione accelerata verso i veicoli elettrici. Una strategia che va ben oltre la semplice questione ambientale e che mira a una vera e propria indipendenza economica.

Due pilastri

La svolta etiope si fonda su due pilastri principali: da un lato, l’incremento della produzione di energia rinnovabile, dall’altro, una politica industriale mirata a favorire la nascita di una filiera locale della mobilità elettrica. Il completamento della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la più grande infrastruttura idroelettrica del continente, ha permesso al Paese di disporre di una risorsa energetica abbondante e pulita, elemento chiave per sostenere la domanda crescente di elettricità legata alla diffusione delle auto a batteria.

Non si tratta solo di una scelta ecologica: la dipendenza dal petrolio pesava sulle casse dello Stato per una cifra compresa tra i 5 e i 6 miliardi di dollari ogni anno. Ridurre questa vulnerabilità rappresenta una priorità strategica per il governo, che ha individuato nella mobilità elettrica una leva per stimolare lo sviluppo industriale, attirare investimenti esteri e creare nuovi posti di lavoro qualificati. In questo scenario, giganti del settore come BYD hanno colto l’opportunità, avviando partnership e insediando centri di assemblaggio direttamente sul territorio etiope.

Revisione delle tariffe

Il cambio di paradigma è stato favorito da una revisione profonda delle tariffe doganali: per i veicoli elettrici completi, i dazi sono stati ridotti al 15%, mentre per i componenti semi-assemblati si scende al 5%. L’azzeramento totale delle imposte è riservato invece ai kit assemblati localmente, una mossa che incentiva la produzione interna e stimola la nascita di una base manifatturiera competitiva. I risultati non si sono fatti attendere: in appena due anni, la quota di auto a batteria è salita da meno dell’1% a quasi il 6% del parco circolante, con oltre 100.000 unità già registrate sulle strade etiopi.

La maggior parte di questi veicoli elettrici proviene da aziende cinesi, che hanno visto nell’Etiopia un mercato in rapida espansione e un hub strategico per l’Africa orientale. L’apertura di stabilimenti di assemblaggio ha portato alla creazione di centinaia di nuovi posti di lavoro specializzati, contribuendo a formare una generazione di tecnici e ingegneri in grado di gestire le tecnologie più avanzate nel campo dell’elettromobilità.

Il percorso ha degli ostacoli

Tuttavia, il percorso non è privo di ostacoli. La rete elettrica nazionale, sebbene alimentata da fonti rinnovabili, soffre ancora di instabilità e frequenti blackout. Questa fragilità infrastrutturale rischia di compromettere la diffusione capillare dei veicoli elettrici, soprattutto nelle aree urbane dove la domanda di energia è più elevata. Le infrastrutture pubbliche di ricarica sono ancora insufficienti, costringendo molti proprietari a ricorrere a soluzioni domestiche spesso non conformi agli standard di sicurezza. Un ulteriore limite è rappresentato dalla carenza di personale qualificato, in particolare tecnici specializzati nella manutenzione di batterie ad alta tensione e sistemi elettronici complessi.

Nonostante queste criticità, le autorità etiopi non hanno intenzione di rallentare. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: raggiungere quota 500.000 veicoli elettrici entro il 2032. Un traguardo che il governo intende celebrare anche sul piano internazionale, ospitando la COP32 nel 2027 e proponendosi come modello di sviluppo sostenibile per tutto il continente africano. Ma la corsa verso la mobilità elettrica solleva anche interrogativi: la forte dipendenza da fornitori stranieri per tecnologie e componenti rischia di creare nuove forme di subordinazione economica, mentre il divario tra città e aree rurali potrebbe accentuarsi, lasciando indietro milioni di cittadini rispetto ai benefici della transizione verde.

Nel breve periodo, il successo della strategia etiope dipenderà dalla capacità di rafforzare la rete elettrica, espandere rapidamente la rete di stazioni di ricarica e investire nella formazione di tecnici e operatori specializzati. Solo attraverso un approccio coordinato e integrato, il divieto importazione potrà trasformarsi da semplice restrizione normativa a vero motore di crescita industriale e stabilità macroeconomica, consolidando la posizione dell’Etiopia come leader africano nella transizione verso la mobilità sostenibile.

Ti potrebbe interessare: