Il valore del petrolio crolla, ma benzina e diesel restano care: perché

Tra il crollo verticale del greggio e i timidi ribassi alla pompa si apre una voragine del 18%: l’analisi del fenomeno "razzo-piuma"

Il valore del petrolio crolla, ma benzina e diesel restano care: perché
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Giorgio Colari
Pubblicato il 22 giu 2026

Mentre i mercati internazionali dell’energia registrano scossoni significativi, con il prezzo del barile in ritirata strategica, gli automobilisti italiani si trovano a fare i conti con un paradosso economico difficile da digerire. I dati analizzati nell’ultimo mese descrivono una realtà a due velocità: da una parte un petrolio che “affonda”, dall’altra listini dei carburanti che scendono con una lentezza esasperante. Al centro della polemica c’è un numero preciso: 18 punti percentuali, ovvero la differenza tra quanto è calata la materia prima e quanto è effettivamente diminuito il costo del pieno.

Il baratro tra Brent e listini alla pompa

Per comprendere l’entità dello squilibrio, occorre guardare ai numeri ufficiali forniti dalle associazioni dei consumatori. Lo scorso 20 maggio, il Brent (parametro di riferimento europeo per il greggio) veniva scambiato a circa 105 dollari al barile. In soli trenta giorni, grazie anche alla prospettiva di un accordo tra Iran e Stati Uniti, le quotazioni sono crollate a 80 dollari, segnando una contrazione del 23,8%.

Tuttavia, questo “calo verticale” si è trasformato in un flebile segnale ai distributori. La benzina è passata mediamente da 1,961 a 1,841 euro al litro, con una flessione di appena il 6,1%. Ancora più marcata è la resistenza del gasolio, sceso da 1,980 a 1,937 euro al litro: un calo del 2,2% che appare quasi simbolico se confrontato con la picchiata del petrolio.

L’effetto “razzo-piuma” e il peso del fisco

Gli esperti del settore chiamano questo fenomeno effetto “razzo-piuma”: i prezzi dei carburanti schizzano verso l’alto come un razzo non appena si avvertono tensioni internazionali, ma tornano a terra con la lentezza di una piuma quando le acque si calmano. Questa inerzia non è dovuta solo a dinamiche di mercato, ma è influenzata da variabili fiscali cruciali.

Sulle spalle dei consumatori pesa infatti il nodo delle accise. Sul dato del gasolio, in particolare, incide la decisione del governo di ridurre lo sconto fiscale. Inoltre, l’incertezza regna sovrana per la data del 3 luglio, termine ultimo oltre il quale il taglio delle accise dovrebbe cessare definitivamente, rischiando di far rimbalzare i prezzi verso l’alto proprio mentre il barile sembrava dare tregua.

Anomalie regionali e battaglie legali

Il quadro nazionale non è omogeneo e rivela profonde differenze territoriali. Il Molise emerge come la regione meno fortunata, avendo registrato la variazione più bassa d’Italia: qui la benzina è scesa solo dell’1,62%, garantendo un risparmio di circa 3 centesimi al litro. Al contrario, in regioni come Friuli e Veneto, il ribasso è stato più sensibile, arrivando a sfiorare i 6 centesimi in meno per ogni litro erogato.

Questa situazione ha spinto il Codacons e l’Adoc a intervenire con decisione. Il Codacons si è detto pronto a presentare esposti formali alle Procure della Repubblica e all’Antitrust per accertare la presenza di eventuali fenomeni speculativi a danno dei cittadini. L’obiettivo è capire se dietro questa “calma” nel ribasso dei prezzi ci siano manovre scorrette che impediscono ai vantaggi del mercato internazionale di arrivare nelle tasche degli automobilisti. Senza interventi strutturali e una vigilanza più serrata, il rischio è che il calo del greggio rimanga un’opportunità mancata per la ripresa del potere d’acquisto delle famiglie.

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