Il pacchetto automotive non basta a salvare l'Europa dell'auto

Ola Källenius e ACEA criticano il pacchetto automotive UE: rischi per produttori, furgoni, mercato BEV, costi aggiuntivi e incertezza normativa che potrebbero alzare i prezzi

Il pacchetto automotive non basta a salvare l'Europa dell'auto
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Giorgio Colari
Pubblicato il 9 mar 2026

La transizione ecologica del settore automobilistico europeo si trova a un bivio delicato. Il recente pacchetto automotive UE, presentato dalla Commissione Europea il 16 dicembre 2025, mette sul piatto 1,8 miliardi di euro per sostenere la produzione di batterie e fissa un nuovo obiettivo: ridurre il target di veicoli a zero emissioni dal 100% al 90% entro il 2035. Tuttavia, questa mossa non soddisfa pienamente i costruttori, che giudicano le misure ancora troppo deboli per garantire una vera trasformazione del comparto.

A rischio la competitività

Le perplessità emergono soprattutto dalla voce dell’ACEA, l’associazione europea dei costruttori d’auto, guidata da Ola Källenius. Il presidente ha dichiarato che il compromesso raggiunto rischia di lasciare scoperti investimenti, posti di lavoro e la competitività stessa dell’industria europea. Il timore è che la strategia delineata dalla Commissione non offra le necessarie certezze per accompagnare la transizione verso la neutralità climatica, mettendo sotto pressione sia i produttori sia i consumatori.

Al centro del dibattito c’è la questione della velocità con cui i veicoli elettrici a batteria, i cosiddetti BEV, dovranno diffondersi sul mercato. Secondo l’ACEA, senza un aumento triplo del parco circolante di BEV nei prossimi quattro anni, i costruttori si troveranno esposti al rischio di multe salate per il mancato rispetto dei limiti di emissioni CO2. L’associazione propone quindi di estendere il periodo di riferimento per il calcolo delle medie di emissione da tre a cinque anni e di inserire ulteriori meccanismi di flessibilità, in modo da evitare penalizzazioni sproporzionate in una fase di profonda trasformazione industriale.

Le criticità del settore

Una delle criticità più sentite riguarda il segmento dei furgoni elettrici. Nonostante l’inasprimento delle normative, la quota di veicoli commerciali leggeri a basse o zero emissioni si mantiene appena sopra il 10% delle nuove immatricolazioni. Di fronte a questa realtà, l’ACEA suggerisce di adottare obiettivi più graduali: una riduzione del 35% entro il 2030 e dell’80% entro il 2035. Questa curva di crescita, secondo l’associazione, sarebbe più coerente con le reali possibilità di riconversione del tessuto produttivo europeo.

Il nuovo impianto normativo introduce comunque alcune valvole di sicurezza. La soglia del 2035, ora fissata al 90%, permette ai costruttori di compensare il restante 10% attraverso l’impiego di acciai a basso impatto ambientale, e-fuel e biocarburanti avanzati. Tuttavia, permangono dubbi sulla reale efficacia dell’Industrial Accelerator Act, il piano pensato per rafforzare la resilienza industriale del settore senza generare nuovi oneri burocratici. La sua capacità di incidere in modo concreto sulle catene di approvvigionamento e sulla produzione resta un interrogativo aperto.

Un percorso graduale

Dal punto di vista delle imprese, la richiesta di un percorso più graduale non è soltanto una questione di margini di profitto. Si tratta di decisioni strategiche che coinvolgono la realizzazione di nuovi impianti, la riqualificazione professionale di migliaia di lavoratori e la riorganizzazione di complesse filiere logistiche. I rappresentanti del settore avvertono che vincoli troppo rigidi, non accompagnati da strumenti adeguati, rischiano di dirottare gli investimenti verso mercati extra-europei, con conseguenze pesanti sulla competitività del continente nel medio periodo.

La Commissione Europea difende le proprie scelte, sostenendo di aver trovato un equilibrio tra l’ambizione della decarbonizzazione e il pragmatismo industriale. Sono stati infatti previsti meccanismi compensativi e risorse finanziarie specifiche per agevolare la transizione. Tuttavia, il confronto politico è ancora in corso: governi nazionali, Parlamento europeo e associazioni di categoria dovranno trovare una sintesi che tuteli la certezza degli investimenti, la protezione dell’occupazione e la sostenibilità ambientale.

La transizione si traduce in effetti concreti

Per cittadini e flotte aziendali, la velocità della transizione si traduce in effetti concreti: prezzi d’acquisto, diffusione delle infrastrutture di ricarica e costi operativi futuri dipenderanno dal ritmo con cui il mercato dei BEV saprà crescere. In assenza di una crescita spontanea o di ulteriori strumenti di flessibilità, molti costruttori temono di dover riversare il peso delle multe sui listini, aumentando il costo finale per il consumatore.

Nelle prossime settimane, i negoziati continueranno su temi cruciali come la produzione locale di batterie, la diffusione della tecnologia nei furgoni elettrici e lo sviluppo di carburanti a basso impatto. La vera sfida sarà individuare il punto di equilibrio tra l’urgenza della crisi climatica e la sostenibilità economica e sociale dei modelli produttivi europei, affinché la transizione verde non resti solo un obiettivo sulla carta ma si trasformi in un’opportunità concreta per l’intero continente.

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