Bosch e il dibattito sulle 40 ore settimanali: "Sono sufficienti"

Il CEO Bosch Hartung chiede maggiore flessibilità rispetto alle 40 ore settimanali per accelerare progetti. Tra riduzioni d'orario, possibili tagli e scommesse sull'idrogeno si riapre il dibattito industriale europeo

Bosch e il dibattito sulle 40 ore settimanali: "Sono sufficienti"
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Giorgio Colari
Pubblicato il 2 feb 2026

Il settore automotive europeo si trova oggi al centro di una delle sue più grandi sfide strutturali: la necessità di conciliare Bosch flessibilità produttiva, tutela dell’occupazione e un’accelerazione della transizione tecnologica che non ammette rallentamenti. Sullo sfondo, le dichiarazioni di Stefan Hartung, amministratore delegato di Bosch, riaccendono il dibattito su quale debba essere il modello di lavoro e di sviluppo per mantenere la competitività di un comparto sotto pressione come quello dell’automotive.

La questione ruota attorno alla storica soglia delle 40 ore settimanali, considerata sempre meno compatibile con le nuove esigenze di flessibilità e adattamento richieste da un mercato globale in rapida evoluzione. Hartung, tuttavia, non invoca un aumento permanente dell’orario di lavoro, ma propone una flessibilità organizzativa capace di concentrare gli sforzi produttivi nei momenti critici dei progetti, senza che questa modalità diventi una regola costante per i lavoratori. Una posizione che, pur essendo stata espressa con chiarezza, non ha mancato di suscitare forti reazioni da parte di sindacati e rappresentanze dei lavoratori, preoccupati per le possibili ricadute sulle condizioni occupazionali e sui diritti acquisiti.

Un anno critico

Il contesto nel quale si inserisce questa proposta è reso ancora più delicato da una serie di fattori concomitanti. Solo pochi mesi fa, Bosch aveva scelto di ridurre gli orari di lavoro proprio per scongiurare ondate immediate di licenziamenti, tentando così di distribuire gli effetti di una crisi produttiva che sembra non avere soluzioni semplici. Eppure, secondo le proiezioni fornite da Reuters, la stessa azienda prevede di tagliare decine di migliaia di posti di lavoro entro il 2026, individuato come un anno particolarmente critico per margini e redditività.

Le ragioni di questa situazione sono molteplici e si intrecciano in un quadro di grande complessità: i dazi commerciali, i costi legati alle ristrutturazioni aziendali, il ciclo industriale in contrazione e la pressione costante esercitata da una concorrenza internazionale sempre più agguerrita. In questo scenario, la richiesta di una maggiore flessibilità organizzativa diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia che riguarda l’intero assetto regolatorio del lavoro in Europa, e la capacità delle imprese di adattarsi a cambiamenti tecnologici e di mercato di portata epocale.

Flessibilità è la parola d’ordine

Non è un caso che Stefan Hartung abbia già criticato in passato la tempistica decisa dall’Unione Europea per lo stop ai motori a combustione interna, definendola un vincolo che rischia di penalizzare pesantemente l’industria europea rispetto ai concorrenti globali. Secondo il vertice di Bosch, la tecnologia necessaria per sviluppare motori alimentati a idrogeno è già disponibile all’interno dell’azienda, ma ciò che manca è una domanda di mercato strutturata e stabile che ne giustifichi una diffusione su larga scala.

Dal canto loro, sindacati e rappresentanze dei lavoratori osservano con estrema cautela le proposte di maggiore flessibilità. Le organizzazioni chiedono garanzie chiare sulle tutele, sulla trasparenza dei meccanismi di attivazione dei periodi di maggiore intensità lavorativa e, soprattutto, sulla loro retribuzione. La difesa dei livelli occupazionali e una gestione condivisa delle ristrutturazioni rimangono per molti la priorità assoluta, anche in un momento in cui l’incertezza regna sovrana.

Soluzioni alternative

Gli esperti di settore concordano nel ritenere che la questione non sia solamente organizzativa, ma abbia radici strutturali e sistemiche. L’industria europea dell’auto si trova infatti a dover gestire simultaneamente la transizione verso l’elettrico, la ricerca di soluzioni alternative come l’idrogeno, la necessità di ingenti investimenti e una competizione globale che non lascia margini di errore. In tale contesto, la flessibilità organizzativa potrebbe rappresentare un reale vantaggio competitivo, ma solo se inserita in un piano più ampio che preveda formazione continua, protezione sociale e un dialogo costruttivo tra imprese e lavoratori.

Il dibattito, dunque, si sposta anche sulle responsabilità dell’Europa nella definizione di un proprio modello industriale: da un lato la volontà di perseguire standard ambientali elevati, dall’altro il rischio concreto di vedere arretrare il proprio tessuto produttivo rispetto a economie meno vincolate da normative stringenti. La posizione di Bosch mette in luce questa tensione e sottolinea come le sfide che attendono il settore non siano solo di natura aziendale, ma coinvolgano l’intero ecosistema industriale del continente.

Nei prossimi giorni, il confronto tra imprese, sindacati e istituzioni continuerà a essere serrato, e le decisioni che verranno prese su orari di lavoro, investimenti e politiche di settore saranno determinanti per il futuro della competitività dell’automotive europeo. L’esito di questa sfida, infatti, potrebbe ridefinire il ruolo dell’industria europea nel panorama globale dei prossimi anni.

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