Il destino di Aston Martin sospeso tra il sogno di Stroll e l’ombra di Geely

Aston Martin perde il 90% del valore dalla IPO, ottiene un nuovo prestito da Lawrence Stroll. Geely sale al centro dello scacchiere: joint venture, produzione in Cina e rischi per il marchio

Il destino di Aston Martin sospeso tra il sogno di Stroll e l’ombra di Geely
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Giorgio Colari
Pubblicato il 14 mag 2026

C’è un paradosso amaro che avvolge le officine di Gaydon. Da una parte, il mondo ammira il lancio di vetture straordinarie come la nuova Valhalla; dall’altra, i libri contabili di Aston Martin raccontano la storia di un lento, inesorabile cratere finanziario che sembra non avere fondo. Quello che un tempo era un gioiello della borsa valutato ben 5,8 miliardi di dollari al momento della sua quotazione nel 2018, oggi si ritrova ridimensionato a un decimo di quel valore, oscillando intorno ai 584 milioni di dollari.

Un’emorragia che non si ferma

La cronaca recente descrive una situazione di emergenza quasi ciclica. Solo due settimane fa, il marchio britannico ha dovuto bussare alla porta degli investitori per l’ottava volta dalla sua quotazione pubblica, ottenendo un’iniezione di liquidità d’emergenza pari a 50 milioni di sterline (circa 68 milioni di dollari). Questo salvataggio è stato orchestrato dal consorzio Yew Tree, guidato dal miliardario canadese Lawrence Stroll, che detiene attualmente la quota di maggioranza del 31%.

Nonostante l’impegno costante dichiarato da Stroll, i numeri restano impietosi: lo scorso anno le perdite ante imposte sono balzate del 25%, raggiungendo la cifra di 364 milioni di sterline. Una voragine che solleva interrogativi pesanti sulla sostenibilità a lungo termine del modello di business attuale.

L’ombra del Dragone all’orizzonte

Mentre il prestigio britannico vacilla, gli occhi del settore sono puntati sul terzo azionista della società: il colosso cinese Geely. Con una quota che ha toccato il 17% (attualmente stimata intorno al 14%), Geely osserva attentamente dalle retrovie. Non sarebbe una mossa inedita per il gruppo guidato da Li Shufu, che ha già “salvato” marchi storici del Regno Unito come Lotus e la London Taxi Company (rinata come LEVC).

Tuttavia, un eventuale intervento di salvataggio da parte di Geely porterebbe con sé timori profondi. Alcuni fornitori ed esperti del settore temono che, per abbattere i costi e sfruttare la filiera asiatica, la produzione di Aston Martin possa essere delocalizzata in Cina. “La Cina ha i costi più bassi del pianeta… il timore è che sposterebbero tutto là“, ha dichiarato un fornitore a The Telegraph, definendo però tale eventualità come una “mossa intelligente” dal punto di vista puramente commerciale.

Tecnologia o tradizione?

In questo scenario di incertezza, c’è chi vede nell’Oriente non un pericolo, ma l’unica via di salvezza tecnologica. L’ex capo di Aston Martin, Andy Palmer, ha espresso una visione pragmatica: secondo Palmer, le aziende cinesi sono avanti di almeno dieci anni nella tecnologia delle batterie e di cinque anni nel software. La sua ricetta è chiara: accogliere i partner cinesi a braccia aperte attraverso joint venture e co-investimenti per colmare il gap tecnologico.

Mentre azionisti storici come Mercedes riducono la propria partecipazione (scesa sotto l’8%), il futuro del marchio preferito da James Bond resta un enigma. La sfida di Aston Martin non è più solo quella di produrre auto capaci di emozionare, ma di trovare la stabilità necessaria per non trasformare il proprio blasone in un ricordo del passato, in un mercato che corre veloce verso l’elettrificazione e che parla sempre più mandorino.

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