l’Arabia Saudita investe 3,5 miliardi su Uber

“Questa compagnia ha migliorato la mobilità urbana nel mondo e non vediamo l’ora di essere parte di questo processo” ha dichiarato il direttore del fondo sovrano Al Rumayyan.

Ed arrivarono anche gli arabi. No, non stiamo parlando di calcio, ma di quel sistema di car pooling che nacque dalla mente di Trevor Kalanick e che prese vita nel marzo del 2009 con il nome di Uber. Che l’azienda di San Francisco riesca ad attrarre nuovi investitori non è una novità – al netto della questione da focalizzare con Alphabet, dopo l’avvicinamento a Waze – segno dell’oramai consolidata realtà che Uber rappresenti, tanto che proprio il fondo sovrano dell’Arabia Saudita è voluta entrare con una quota di 3,5 milioni di dollari, portando quindi le riserve per investimenti dell’app americana a quota 11 miliardi: praticamente il 5% di Uber.

E se non bastasse come termine di paragone, si convenga che si tratta dell’investimento più grande mai fatto in una compagnia privata da parte del fondo, tanto che il direttore generale Yasir Al Rumayyan entrerà all’interno del cda.

Non c’è da stupirsi comunque che il fondo abbia voluto investire sull’app, come riferito da La Repubblica. Basti pensare al grande sviluppo in Medio Oriente, tanto che Il Cairo risulta essere una delle città più prolifiche, e che nella stessa Arabia Saudita – come riferito dal Financial Times – Uber sia diventata una realtà consolidata visto il bisogno di servizi di trasporto. La Sharia infatti vieta alle donne di guidare.

Abbiamo constatato in prima persona come questa compagnia abbia migliorato la mobilità urbana nel mondo e non vediamo l’ora di essere parte di questo processo“, ha dichiarato proprio Al Rumayyan. E questo, contro anche lo scetticismo iniziale proprio in Arabia Saudita “E’ un investimento che da il segno della direzione verso il quale si sta muovendo il nostro paese” ha riferito Reema Bandar al-Saud, principessa si, ma anche all’interno del comitato consultivo di Uber.

Uber insomma amplia ancor di più, e sempre di più nuovi confini. Una realtà invero scomoda. Basti pensare alle numerose barriere ed alle proteste in Europa, ma anche alle realtà alternative, come quelle in Cina. Una vera e propria concorrenza sleale che prende il nome di Didi Chuxing, finanziata anche da società straniere – tra cui Apple – e da i principali giganti del Net cinese.

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