Qual è il futuro di Cassino? I sindacati ipotizzano la chiusur
Lo stabilimento Stellantis di Cassino affronta riduzione produttiva e calo occupazionale. Sindacati FIM FIOM UILM chiedono impegni concreti per nuovi modelli e investimenti entro il piano industriale
La crisi che sta travolgendo lo stabilimento di Cassino rappresenta un campanello d’allarme che risuona ben oltre i cancelli della fabbrica, minacciando l’intero tessuto economico e sociale del territorio laziale. I numeri parlano chiaro: dai 4.500 addetti di pochi anni fa si è scesi a circa 2.300, con una previsione drammatica per il 2026 che vede solo dieci giorni effettivi di produzione. Questa situazione ha spinto le principali sigle sindacali a organizzare una mobilitazione senza precedenti, segnalando un livello di tensione mai raggiunto prima nello stabilimento Stellantis.
Lo sciopero
La giornata di protesta ha visto protagonisti migliaia di lavoratori, affiancati da amministratori locali e sindaci, tutti uniti nella richiesta di un futuro produttivo e occupazionale certo per la fabbrica e la sua filiera. La manifestazione, indetta in modo unitario da sciopero promosso da FIM, FIOM e UILM, ha attraversato le strade della città con una forza simbolica che ha colpito l’intera opinione pubblica regionale.
Il grido d’allarme lanciato dalle piazze non lascia spazio a interpretazioni: la situazione dello stabilimento è ormai insostenibile. Michele De Palma, leader della FIOM, ha definito Cassino un «buco nero» all’interno del gruppo, sottolineando come la fabbrica si trovi già «in uno stato che assomiglia a una chiusura programmata». Sulla stessa linea anche i rappresentanti della FIM, come Ferdinando Uliano, e della UILM, Rocco Palombella, che hanno chiesto con fermezza impegni concreti e non più semplici promesse, chiamando in causa sia l’azienda che il Governo.
Non è chiaro il piano di investimenti
Al centro della vertenza c’è l’assenza di nuovi modelli produttivi destinati a Cassino. Mentre altri siti come Mirafiori, Melfi e Pomigliano hanno ricevuto incarichi e investimenti per il rilancio, la fabbrica laziale è rimasta esclusa da qualsiasi piano di rilancio. I ritardi nell’assegnazione delle nuove generazioni di Alfa Romeo e nella piattaforma STLA Large hanno determinato il rinvio del lancio dei nuovi modelli Giulia e Stelvio dal 2025-2026 almeno al 2028, come denunciato dalle sigle sindacali. Una scelta strategica da parte di Stellantis, orientata verso l’ibrido per rispondere a un mercato dell’elettrico più lento del previsto, che ha lasciato lo stabilimento privo di commesse certe e di una visione industriale chiara.
Le conseguenze di questa incertezza non si limitano ai lavoratori diretti: l’indotto locale, composto da decine di fornitori, rischia di subire un colpo fatale a causa della perdita di ordini stabili e della crescente precarietà. Durante il corteo, che ha collegato Piazza De Gasperi a Piazza Diaz, è emersa con forza la trasversalità della mobilitazione: la crisi di Cassino è ormai una questione che coinvolge l’intera economia regionale, non solo la fabbrica e i suoi dipendenti.
Un appello alle autorità
Sindacati e istituzioni hanno rivolto un appello diretto alla premier Giorgia Meloni e al CEO di Stellantis, Antonio Filosa, chiedendo con urgenza l’apertura di un tavolo di confronto prima che venga definito il nuovo piano industriale. A oggi, denunciano i rappresentanti dei lavoratori, manca qualsiasi documento scritto, un cronoprogramma ufficiale o una garanzia sugli investimenti: il silenzio istituzionale e aziendale alimenta sfiducia e trasforma l’ansia collettiva in protesta organizzata.
Lo stabilimento di Cassino è diventato un vero banco di prova per la capacità italiana di affrontare la transizione tecnologica nel settore automotive. Senza interventi tempestivi — come l’assegnazione di nuove commesse, investimenti tangibili o misure di sostegno per l’indotto — il rischio concreto è che una crisi ciclica si trasformi in un declino strutturale e permanente. La mobilitazione di ieri, quindi, non è stata solo uno sfogo emotivo: rappresenta il primo passo di una vertenza che pretende risposte operative, immediate e non più rinviabili, a tutela di un intero territorio che non può permettersi di perdere uno dei suoi principali motori economici e occupazionali.