Dopo l'uscita di scena della Hornet, che succede al marchio Dodge?
Dodge perde terreno dopo il ritiro dell'Hornet causato dalla tariffa di importazione; Stellantis annuncia 13 miliardi per aumentare la produzione USA e rilanciare il brand
Il settore automobilistico americano sta vivendo un momento di profonda trasformazione, e il caso Dodge ne è l’emblema. Tra un crollo delle vendite del 28%, un piano di investimento 13 miliardi di dollari, la perdita di un modello chiave e una clientela divisa tra nostalgia e futuro, il marchio storico di Stellantis si trova di fronte a una delle sfide più ardue della sua storia recente. Il 2025 si è rivelato un anno critico, segnato dal fallimento della strategia di importazione europea e da un contesto di mercato in rapida evoluzione.
Le cause della crisi sono molteplici e intrecciate. Il nodo principale è stato l’introduzione della tariffa di importazione del 25% sulle auto provenienti dall’estero, in vigore da luglio 2025. Questa misura ha reso la Hornet — prodotta nello stabilimento di Pomigliano d’Arco — poco competitiva sul mercato statunitense, costringendo il gruppo al suo ritiro entro la fine dell’anno. Le ripercussioni non si sono fatte attendere: i volumi globali di Dodge sono scesi a poco più di 101.900 unità, mentre la stessa Hornet ha subito un crollo del 54%, fermandosi a 9.365 esemplari venduti.
Le innovazioni non hanno saputo fare la differenza
L’innovazione, tuttavia, non ha saputo colmare il vuoto lasciato dai modelli tradizionali. Il debutto della nuova Charger Daytona EV ha totalizzato appena 7.421 unità, ben lontano dalle 26.876 vetture della Charger endotermica vendute solo nella prima metà del 2024. Il passaggio all’elettrico, seppur necessario per allinearsi alle tendenze del mercato e alle normative ambientali, non è ancora riuscito a conquistare la platea di affezionati del marchio.
Per rispondere a questa crisi, Stellantis ha varato una strategia di rilancio ambiziosa: quadruplicare gli investimenti nella produzione domestica americana attraverso un piano quadriennale da investimento 13 miliardi di dollari. L’obiettivo è chiaro: aumentare la capacità produttiva del 50% e creare oltre 5.000 nuovi posti di lavoro negli stabilimenti di Illinois, Ohio, Michigan e Indiana. La strategia prevede inoltre il lancio di cinque nuovi modelli e il trasferimento della produzione del Durango — unico modello in controtendenza, con una crescita del 37% — presso l’impianto di Detroit.
Un motore che potrebbe far la differenza
Le opinioni degli esperti sono discordanti. La dirigenza di Stellantis considera l’aumento della produzione locale una risposta pragmatica, capace di neutralizzare il rischio legato alle tariffa di importazione e di adattarsi più rapidamente alle esigenze del mercato statunitense. Tuttavia, i concessionari esprimono preoccupazione: la rapida trasformazione della gamma e le incertezze sui volumi e sui prezzi rischiano di penalizzare ulteriormente le vendite, nonostante la domanda ancora vivace di modelli tradizionali con motori endotermici.
Anche tra i consumatori la polarizzazione è evidente. Da un lato, c’è chi chiede il ritorno alla tradizione, invocando il sound inconfondibile del HEMI e dei motori a combustione; dall’altro, chi spinge per accelerare la transizione verso l’elettrico, ritenendola indispensabile per mantenere la competitività e rispondere alle nuove sfide ambientali.
Una lezione di grande attualità
La vicenda della Hornet rappresenta inoltre una lezione geopolitica di grande attualità: l’imprevedibilità dei dazi può rendere fragili le catene di fornitura globali, minando l’attrattiva delle produzioni estere. In quest’ottica, radicare la produzione negli Stati Uniti si è trasformato da opzione strategica a necessità inderogabile.
Il percorso che attende Dodge resta accidentato e pieno di incognite. La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra gli investimenti in elettrificazione e il fascino intramontabile dei motori tradizionali, riconquistare la fiducia di una clientela fedele senza rinunciare all’innovazione tecnologica. Solo così il marchio potrà sperare di tornare a crescere in un mercato sempre più complesso e competitivo.