Auto elettriche: terremoto finanziario in Cina?

Molti osservatori ipotizzano l'esplosione di una possibile bolla finanziaria legata all'auto elettrica. L'annunciato e consistente taglio dei contributi statali rischia di far crollare molte delle aziende più piccole, eccessivamente esposte con le banche. Diverse voci quindi sostengono che il Governo possa ripensarci

batterie auto elettriche

Auto elettriche e Cina sono due entità sempre più collegate e interdipendenti, oggi e ancora di più in futuro. O forse no? Difficile avere delle certezze. Ma negli ultimi tempi sono emersi segnali che annunciano un possibile pesante rimescolamento delle carte. Diversi osservatori ipotizzano la prossima esplosione di una bolla di portata almeno pari a quella immobiliare e bancaria che ha travolto una decina d'anni fa prima gli Stati Uniti e poi l'Europa, di cui portiamo ancora i segni delle ferite.

 

Auto elettriche, bolla cinese?


Il periodico finanziario americano Bloomberg è tra i più autorevoli fra quanti prevedono una vicina scossa tellurica nel settore delle auto elettriche in Cina. Parte da due dati fondamentali: l'enorme numero di aziende del settore e il peso eccessivo del loro debito. Attualmente in Cina sono registrati ufficialmente ben 486 costruttori ufficiali di auto elettriche, prevalentemente nazionali. La maggior parte di essi è finanziata da crediti bancari, soprattutto pubblici ma anche provenienti da quell'oscura ragnatela di soggetti che operano nel mondo della finanza in quel Paese organizzato in modo così diverso da noi.

Buona parte di questi soggetti è ancora al livello di startup, imprese di fondazione recente e piccola dimensione. Il mercato delle auto elettriche in Cina è il più grande del mondo, le stime per il 2019 indicano che si venderanno circa 1,6 milioni di veicoli (le statistiche cinesi, non il massimo della trasparenza, non separano le elettriche pure dalle ibride plug-in). Il problema è proprio questo: non è grande abbastanza. Perché le sole startup avrebbero una capacità produttiva di quasi 4 milioni di veicoli, a cui si aggiunge invece la capacità molto superiore dei maggiori soggetti: Geely, Chery, GAG e così via; senza contare il peso delle grandi case straniere, le quali stanno investendo pesantemente verso la Cina.

Ecco che quindi la pur ricca torta rischia di far morire di fame un sacco di aziende. Perché, dati gli investimenti colossali necessari ad impiantare e far funzionare le fabbriche, solo elevati livelli produttivi possono garantire profitti. Livelli che pochi sono in grado di raggiungere e soddisfare.

Un altro fattore fondamentale: il vero motore della crescita economica in Cina è lo Stato. Nel settore dei veicoli elettrici ha finanziato in modo massiccio l'espansione del mercato a suon di fortissimi incentivi all'acquisto. Ma negli ultimi tempi, dato il rallentamento generale dell'economia, ha deciso di stringere i cordoni della borsa e tagliare significativamente i contributi. Aggiungiamo infine che il mercato delle automobili ad alimentazione convenzionale in Cina è in pesante caduta, -12% solo a marzo 2019, mentre a gennaio si è registrato un -18,5% e a febbraio il -4%.

Tutti questi fattori messi insieme stanno per innescare un violento terremoto che travolgerà le aziende più deboli. Per deboli s'intende quelle non in grado di confrontarsi con la concorrenza, quindi i soggetti meno avanzati tecnologicamente e industrialmente, i quali dipendono quasi esclusivamente dal contributo statale per far tornare i conti. Se il mercato smette di crescere, loro non potranno produrre e non riusciranno a ripianare l'eccessiva esposizione debitoria.

Ecco che allora pare che il Governo intenda fare marcia indietro. Molte voci delle ultime settimane, non confermate, suggeriscono che dalle alte sfere si stia pensando di rinunciare al taglio dei contributi, anzi se possibile si vorrebbero aumentare, altrimenti diventa improbabile raggiungere l'obiettivo statale del 20% di auto elettriche vendute entro il 2025. Oggi siamo al 4%. Quindi la situazione appare preoccupante e incerta, perché le ricadute potrebbero essere molto pesanti anche per i costruttori europei e americani, i quali si stanno gettando a capofitto nella Cina elettrica. Si rischia di restare folgorati.

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