Fiat: incremento della produzione in USA, Polonia e Serbia se fallisse il piano Fabbrica Italia

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La possibilità che il Piano Fabbrica Italia di Fiat possa non andare in porto, esiste. E nel caso dovesse verificarsi questa evenautlità, la casa di Torino punterebbe ad aumentare i propri volumi produttivi negli USA, in Polonia e in Serbia. Quale fattore in gioco sarebbe in grado di mettere a rischio la buona riuscita del programma industriale del Lingotto? La scarsa collaborazione dei sindacati, secondo Sergio Marchionne.

L'amministratore delegato della casa, ormai coinvolto in un muro contro muro contro le rappresentanze dei lavoratori (anche le organizzazioni più propense al dialogo hanno manifestato segni di malcontento negli ultimi tempi), ha affermato che qualora non dovesse riuscire a negoziare regole più flessibili per gli stabilimenti italiani, potrebbe prendere in considerazione di aumentare la produzione in altre sedi produttive del gruppo. Sottointeso: "a scapito delle fabbriche italiane".

"Anche per i modelli destinati all'Europa Occidentale abbiamo altre strutture in grado di ospitare la loro produzione al di fuori dell'Italia", ha dichiarato Marchionne. Tra le richieste formulate dal management ai dipendenti nei mesi scorsi, per sbloccare l'investimento previsto da 20 miliardi, c'è il passaggio da 10 a 18 turni settimanali. Ecco nel seguito uno scenario probabile -tracciato da Automotive News- qualora non dovesse essere raggiunto l'accordo.

Per raggiungere la produzione di 1.400.000 auto nel 2014, Fiat -che nel 2009 ne ha fabbricate 650.000- dovrebbe fra le varie iniziative potenziare la sede di Tychy, portandola a produrre 780.000 auto l'anno dalle odierne 605.000 e raddoppiare la capacità programmata dello stabilimento serbo, portandola a 400.000 unità l'anno.

In questo scenario alternativo alla buona riuscita di Fabbrica Italia poi, troverebbe posto anche una riallocazione della produzione delle medie di casa, con l'Alfa Romeo Giulia e la segmento D Lancia-Chrysler entrambe prodotte in fabbriche americane del partner d'Oltreoceano.

Il nuovo legame con l'altra sponda dell'Atlantico, la crescente importanza della filiale brasiliana, lo squilibrio testimoniato dai numeri tra la produzione e la produttività in Italia e quella nelle fabbriche Fiat straniere, le tensioni con i sindacati e le divisioni all'interno di questi ultimi, la crescente internazionalizzazione del gruppo, che punta fra l'altro ad un ritorno in Cina per il 2012: tanti sono gli elementi che sembrano concorrere ad un grave deterioramento dei rapporti tra Fiat e la sua patria d'origine, e alcuni di essi affondano le loro radici in un passato anche molto lontano, sebbene solo ora stiano emergendo in tutta la loro forza.

Il legame tra il costruttore e l'Italia è davvero arrivato al capolinea? Il momento delle grandi decisioni si sta avvicinando, ma non è ancora arrivato. Fino ad allora però, questo lo sappiamo per certo, il dibattito si farà sempre più infuocato.

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