Fiat pensa di limitare la velocità delle sue city car a 117 km/h: perché

Olivier François propone di limitare elettronicamente la velocità delle city car a 118 km/h per evitare ADAS e abbassare i prezzi. La proposta apre il dibattito su sicurezza e norme

Fiat pensa di limitare la velocità delle sue city car a 117 km/h: perché
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Giorgio Colari
Pubblicato il 14 gen 2026

Il dibattito sulla sicurezza delle city car torna prepotentemente al centro della scena, dopo che Olivier François, amministratore delegato di Fiat, ha acceso i riflettori su un tema che tocca milioni di automobilisti: il prezzo dell’accessibilità. Secondo il manager, negli ultimi cinque anni il costo delle city car è cresciuto di circa il 60%, principalmente a causa dell’obbligo di dotare i veicoli dei moderni sistemi di assistenza alla guida. Una cifra che, per molti, rappresenta una barriera d’ingresso alla mobilità urbana. La soluzione proposta da François? Limitare velocità 117 km/h per le vetture compatte, ovvero il valore medio dei limiti europei, così da poterle esentare dall’installazione dei dispositivi ADAS e rendere la produzione più economica.

Meno tecnologia, prezzo più accessibile

L’idea, dal punto di vista industriale, è semplice quanto rivoluzionaria: se le city car fossero limitate elettronicamente a 117 km/h, non sarebbero più obbligate a integrare costosi sensori, centraline elettroniche e software complessi necessari per i sistemi di assistenza alla guida. Basti pensare che oggi modelli come la Fiat 500 ibrida (capace di raggiungere i 155 km/h), la Fiat Panda ibrida (158 km/h) e la Grande Panda benzina (160 km/h) superano di gran lunga questo limite. Le versioni elettriche, invece, già si attestano su velocità massime più contenute – rispettivamente 135 e 132 km/h – ma sarebbero comunque da adattare.

L’applicazione di un vincolo software alla velocità massima consentirebbe ai produttori di risparmiare sulle componenti elettroniche più avanzate, semplificando la progettazione e la catena produttiva. Per chi cerca una soluzione di mobilità cittadina a basso costo, questa potrebbe essere la chiave per accedere a veicoli nuovi senza dover affrontare esborsi sempre più onerosi. In un mercato dove il prezzo è spesso il primo criterio di scelta, il taglio dei costi rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per molti consumatori.

Il compromesso sulla sicurezza nei lunghi tragitti

Non mancano, però, le voci critiche. In Italia, ad esempio, il limite autostradale è fissato a 130 km/h: chi utilizza la city car anche per percorsi extraurbani o autostradali si troverebbe in difficoltà, penalizzato da una velocità massima inferiore a quella consentita. Il rischio? Creare pericolose differenze di velocità nei sorpassi e in fase di immissione, aumentando il potenziale di incidenti. Ma il cuore della questione non è solo la prestazione pura.

I sistemi ADAS – tra cui la frenata automatica d’emergenza, il mantenimento della corsia e il rilevamento dei pedoni – hanno dimostrato la loro efficacia non solo sulle strade veloci, ma anche in città e nelle aree suburbane. Rinunciare a queste tecnologie per una categoria di veicoli pone interrogativi etici e pratici: è giusto abbassare il livello di sicurezza in nome del risparmio? La risposta non è scontata, perché la sicurezza stradale resta un bene collettivo e non può essere considerata un optional.

Normative, consenso e prospettive future

La proposta di François ha trovato terreno fertile tra chi vive e si sposta prevalentemente in città, attratto dalla prospettiva di prezzi più bassi. Ma tra i pendolari che percorrono quotidianamente strade extraurbane o autostrade, prevale la preoccupazione di perdere in sicurezza e funzionalità. Dal punto di vista normativo, la questione è tutt’altro che semplice: esentare una categoria di veicoli dagli obblighi di legge sui sistemi di assistenza alla guida richiederebbe un’ampia revisione delle norme europee di omologazione. Un percorso lungo e complesso, soprattutto considerando la pressione delle organizzazioni che si battono per la sicurezza stradale.

Al momento, la proposta rimane una provocazione costruttiva che stimola la riflessione sul futuro della mobilità urbana. Renderla realtà significherebbe basarsi su dati tecnici solidi, condurre un’analisi costi-benefici trasparente e costruire un consenso tra tutti gli attori coinvolti: produttori, consumatori, legislatori e associazioni di settore. Solo così si potrà trovare il giusto equilibrio tra accessibilità economica e tutela della sicurezza.

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