Home Motorsport Formula 1 Due prime guide difficilmente portano a un titolo: la F1 insegna

Due prime guide difficilmente portano a un titolo: la F1 insegna

Le gerarchie all’interno di un team di F1 sono importanti, rivediamo gli episodi in cui due capitani non hanno assicurato un titolo mondiale e non solo.

Nel calcio l’attacco a due punte dà molteplici possibilità offensive, perché con una coppia di attaccanti si può occupare di più l’area di rigore avversaria, inoltre se tra i due c’è un’intesa naturale si creano fraseggi e azioni da lustrarsi gli occhi. Sono tantissimi quelli che negli anni sono stati soprannominati “gemelli” del gol, ma in Formula 1 non si può utilizzare la stessa equazione valida per il calcio. La ricca storia del massimo sport motoristico ci ha dato tanti esempi di come avere una gerarchia di piloti non chiara all’interno di un team, può essere un affare molto controproducente e che difficilmente alla fine della stagione porta ad avere qualche titolo. La scelta delle due prime guide, o dei due capitani, spesso costa cara, ed è quello che sta succedendo anche alla Ferrari in questo 2022.

Leclerc e Sainz

Quasi tutti possono sostenere ed essere d’accordo che tra i due attuali alfieri della Scuderia Ferrari, Charles Leclerc sia quello più talentuoso e probabilmente l’uomo giusto per tentare l’assalto al titolo piloti che manca dal lontano 2007. Tuttavia la faccenda non è così chiara quanto potrebbe sembrare, specialmente dopo l’ultima gara di Silverstone dove a trionfare è stato Carlos Sainz. L’iberico è il classico pilota che non riempie gli occhi per sorpassi funambolici, ma è costante e spesso si fa trovare al posto giusto e al momento giusto. Così in questa annata 2022, con una SF-75 buona per contendere il titolo alla Red Bull, il team di Maranello ha deciso di non decidere fin dal principio, lasciando le stesse possibilità di giocarsi il campionato a entrambi i piloti.

Oggi i due driver – al netto delle varie disavventure tecniche e di strategia – sono separati da 11 punti soltanto, con il monegasco in leggero vantaggio. I due sono dei pari grado per il Cavallino Rampante, lo dimostrano le scelte dei vertici della Rossa, anche se questo sta limitando le possibilità di vittoria finale ai danni della Red Bull, che invece ha chiara la gerarchia: Max Verstappen è il leader e il designato per la lotta al titolo, mentre Sergio Perez è un’ottima seconda guida. La Ferrari nella sua gestione delle gare sta disperdendo moltissimi punti, validi per entrambe le graduatorie dove insegue gli uomini delle lattine. Chissà che alla fine a festeggiare non siano sempre gli altri, con la scuderia di Milton Keynes pronta a fregarsi le mani per la lotta intestina tra i due piloti in rosso.

Alonso e Hamilton

Questo è il caso recente più eclatante di come un dream team, fatto da due campioni liberi di battagliare tra di loro, porti a un nulla di fatto. Correva l’anno 2007 e la McLaren-Mercedes del Team principal, Ron Dennis, formava un nuovo e scintillante duo di piloti. Da una parte il fresco bicampione del mondo, Fernando Alonso, appena sbarcato a Woking dalla Renault, dall’altra l’astro emergente alla sua stagione di esordio, Lewis Hamilton.

L’inglese pupillo di Dennis ha avuto da subito le chiavi della squadra, allo stesso tempo l’iberico forte del suo palmarès scintillante non era da meno. Fin dal principio si capiva che fra i due non ci fosse armonia e che la figura di Alonso fosse troppo scomoda e ingombrante all’interno delle strategie del team anglo-tedesco. Tra vari dissidi, colpi di talento, vittorie e sconfitte, e un affaire increscioso come quello della spy-story, la velocissima MP4-22 è rimasta senza nulla in mano. Il mondiale di quell’anno, infatti, fu vinto all’ultima gara da Kimi Raikkonen su Ferrari F2007, staccando di un solo punto Alonso e Hamilton. L’anno dopo le strade dell’asturiano e della McLaren inevitabilmente si separarono.

Due prime guide: quando la vettura è troppo superiore

C’è una sola eccezione che può tradursi in titolo quando a contendersi la posta in palio più alta sono due compagni di squadra considerati pari grado: quando la vettura è nettamente superiore rispetto alla concorrenza. Senza scomodare gli anni più lontani della F1 e concentrandosi sull’era più moderna, il caso più emblematico è quello della McLaren MP4/4 e MP4/5 degli anni 1988 e 1989.

La scuderia di Woking motorizzata Honda dominava in lungo e in largo, e quel biennio ha dato vita alla più grande rivalità sportiva mai vista in pista: quella tra Ayrton Senna e Alain Prost. Letteralmente “due galli nel pollaio”, pronti a tutto pur di primeggiare l’uno sull’altro, ricorrendo anche a scorrettezze e bassezze. Tuttavia gli appassionati di tutto il mondo ringraziano e ancora ricordano quelle grandi battaglie.

A metà degli anni ’90, precisamente nel 1996, la matita di Adrian Newey diede vita a un vero e proprio siluro motorizzato Renault, la Williams FW18. Questa geniale monoposto era guidata da due piloti con licenza di guerreggiare tra di loro: Damon Hill e Jacques Villeneuve. Il veterano e il novizio, che si sono scontrati senza esclusioni di colpo fino all’ultima prova del campionato, dove a spuntarla fu proprio l’inglese che la stagione successiva fu costretto a emigrare alla Arrows-Yamaha, portandosi in dote il numero 1.

L’ultima vera lotta fratricida tra compagni di squadra è stata quella tra Lewis Hamilton e Nico Rosberg. La Mercedes nella nuova era ibrida della F1 ha dato ai due acerrimi rivali un’astronave su quattro ruote, così da essere gli unici duellanti in pista per l’iride mondiale. Il bilancio di quei tre anni in cui hanno diviso il box agli ordini di Toto Wolff fa registrare un 2 a 1 per Hamilton, ma Rosberg nel 2016 ha dato vita a un riscatto inatteso e determinato, culminato con la vittoria e con il conseguente addio alle corse.

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