Aumento carburanti 2021: quali sono le cause?

Crisi o no, il caro-carburanti non conosce sosta: l’aumento prosegue da 20 settimane, il che si traduce nell’ennesima stangata per gli automobilisti.

Il prezzo dei carburanti sembra che non conosca crisi: continua da tempo “indisturbato” una clamorosa corsa al rialzo. Un’escalation di continui aumenti che perdura da diversi mesi. Le ultime rilevazioni (in ordine di tempo) effettuate dal Ministero dello Sviluppo Economico parlano chiaro: il prezzo medio della benzina verde al dettaglio ha raggiunto 1,579 euro al litro, con un rincaro di 1,3 centesimi al litro in confronto alla settimana precedente. La stessa cosa vale per il gasolio, che al “fai-da-te” ha raggiunto una media di 1,445 euro al litro.

Facciamo due conti

Cifre alla mano, si tratta della ventesima settimana consecutiva di aumenti, uno stato di cose che si protrae da inizio novembre 2020 quando (tenendo sempre in considerazione il self service) il prezzo medio della benzina per i consumatori era di 1,378 euro al litro, e 1,249 euro al litro per il gasolio, il che evidenzia un rincaro del 14,5% per la “verde” e del 15,7% per il gasolio. Non va meglio nel computo dall’inizio del 2021: per entrambi i carburanti, l’aumento è in media del 9,5%.

Rincari che “valgono” quanto la rata di un mutuo

Ciò significa, fa notare l’Unione Nazionale Consumatori, che da inizio gennaio un “pieno” di 50 litri è rincarato di ben 6,86 euro (benzina) e 6,30 euro (gasolio). Ancora più pesante la mazzata se si amplia il confronto con l’inizio di novembre 2020 (quando, cioè, il prezzo dei carburanti ha iniziato a risalire): il “pieno” richiede ben 10,02 euro in più per la benzina e 9,81 euro in più per il gasolio. Su base annua, precisa l’Associazione, il costante aumento che si verifica ininterrotto da quasi cinque mesi è pari ad “Una bastonata ad autovettura da 241 euro all’anno, per la benzina, e 236 euro per il gasolio”. Praticamente la rata di un mutuo, e non c’è nemmeno la soddisfazione del calo dei tassi.

Fra i motivi c’è anche il blocco del canale di Suez?

Il clamoroso (e per molti versi drammatico) costante aumento del prezzo dei carburanti alla pompa è legato al notevole incremento delle quotazioni del petrolio: l’”oro nero” ha, da novembre 2020, pressoché raddoppiato il proprio valore. Ciò, secondo alcune analisi geopolitiche, può derivare anche dalle conseguenze che un blocco navale nel Canale di Suez (quarto “checkpoint” al mondo per importanza economica, dopo Panama, Stretto di Malacca e Stretto di Hormuz) determina sul prezzo del petrolio. Suez “vale”, da solo, circa il 12% del commercio mondiale: in altre parole, le società che lo controllano hanno in mano miliardi di dollari di traffico marittimo. Nonostante un recente ampliamento (avvenuto nel 2015), costato ben 8 miliardi di dollari e che ha permesso di ridurre di oltre un terzo i tempi di attraversamento per le navi (da 18 ore si è scesi a 11 ore) e quindi anche una crescita del traffico via mare, in queste ore (fra mercoledì 24 e giovedì 25 marzo) il Canale di Suez è bloccato, a causa di un enorme cargo di 400 metri che, per cause da accertare, si è messo di traverso e si è incagliato, bloccando di fatto tutto il traffico marittimo nel Canale. Da Suez transita qualcosa come un milione di barili di petrolio al giorno, ed il 9% del GPL mondiale. Prima conseguenza dell’incidente avvenuto nel Canale di Suez, è stata un improvviso aumento del greggio che mercoledì 24 marzo ha toccato 63,92 dollari al barile, con il WTI che si è attestato a 60,72 dollari. La poco felice eventualità di un “taglio” della fornitura del greggio attraverso Suez potrebbe dunque essere stata tra i fattori di rilievo della sua repentina impennata. È da notare che l’Italia è legata a filo doppio al canale egiziano, in quanto si stima che il 40% circa del commercio marittimo nazionale transita da lì. In caso di incidenti o blocchi, i contraccolpi si fanno dunque sentire (ed ecco la necessità di intervenire sullo sviluppo della logistica e dei porti).

Rincari anche per alimentari e bollette

Va da se, come del resto osserva Codacons, che l’aumento indiscriminato del prezzo dei carburanti si riflette non soltanto sulle tasche di automobilisti e motociclisti, ma anche sul ménage quotidiano di tutti. Si tratta delle conseguenze indirette, che vanno a colpire “I prezzi dei prodotti trasportati, in primis alimentari ed ortofrutta, e sulle bollette di luce e gas, determinando una vera e propria stangata per le tasche delle famiglie italiane, già impoverite dall’emergenza Covid”. Dalla prima decade di marzo, il trend ha iniziato ad invertirsi, tanto che le quotazioni del barile sono calate fino ad oltre il 10%. È possibile (ma nessuno se la sentirebbe di metterci una mano sul fuoco) che a brevissimo termine questo calo abbia degli effetti anche sui prezzi “alla pompa”. Staremo a vedere.

Tasse sempre troppo elevate

Nel frattempo, come punta il dito Assoutenti, l’Italia è ai primi posti in Europa di una “classifica” ben poco allegra: quella dei Paesi con il prezzo dei carburanti più elevato. Siamo al terzo posto in Europa per il costo del gasolio alla pompa (soltanto Svezia e Finlandia lo pagano di più), ed in quinta posizione (dietro Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia e Grecia) per la benzina. La situazione, come abbiamo già avuto modo di rimarcare in tempi recenti, si ribalta se si prendono in considerazione i prezzi dei carburanti al netto delle tasse: in questo caso, prosegue Assoutenti, l’Italia è in fondo alla classifica europea, rispettivamente al 20. posto per il gasolio ed al 18. posto (su 27 paesi) per la benzina.

Vacche da mungere

La musica è sempre la stessa: le accise, che continuano a gravare sul prezzo dei carburanti. Fra (discussi) ristori e varie agevolazioni, sembra che sulla questione delle imposte, e sull’opportunità di ridurle in maniera drastica, il Governo non abbia orecchio. “Gli automobilisti italiani subiscono una tassazione abnorme sui carburanti, con IVA e accise che oggi pesano per il 64,5% sulla benzina e per il 61% sul diesel – afferma Furio Truzzi, presidente di Assoutenti – Una pressione fiscale che non solo fa schizzare l’Italia ai primi posti in Europa per il caro-carburante, ma danneggia la collettività determinando rincari sia per i rifornimenti, sia per i prezzi al dettaglio di una moltitudine di prodotti che viaggiano su gomma”. “Assoutenti chiede al Governo Draghi di intervenire su quella parte di tassazione composta da accise obsolete risalenti al secolo scorso, e che nonostante le promesse nessun Governo ha avuto il coraggio di abbattere”. Come dire: in parallelo alla “promozione” di auto elettriche e ibride, è essenziale pensare anche a tutti gli utenti (e sono milioni) che devono fare i propri conti con i carburanti che derivano da raffinazione del petrolio. Fino a quando continueremo ad essere vacche da mungere?

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