Trump, Ford e Messico: cosa c'è sotto?

Trump, Ford ed il Messico. Ma il vero bersaglio è....

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Ford comunica di aver annullato un piano di investimenti per 1,6 miliardi di dollari destinati allo stabilimento di San Luis Potosì, in Messico, utilizzando invece 700 milioni per potenziare la fabbrica di Flat Rock, in Michigan. E' evidente che la data del 20 gennaio, giorno del giuramento di Donald Trump come 45.mo presidente degli Usa, si sta avvicinando in modo traumatico per le aziende automobilistiche statunitensi.


"Tutto merito mio", ha subito festeggiato via Twitter Donald Trump, che fin dalla campagna elettorale ha ribadito come fosse nei suoi piani imporre una “border tax", una tassa di ingresso ai veicoli prodotti in centro America da aziende statunitensi. Una visione protezionistica giustificata con la difesa dell'industria e dell'occupazione nazionale. Durante una intervista alla Cnn, il presidente del gruppo Ford, Mark Fields, ufficialmente ha per ora smentito pressioni dirette: "Non siamo arrivati a un accordo con Trump. Lo abbiamo deciso per i nostri affari. Non avevamo bisogno di questa fabbrica e che possiamo usarne una già esistente in Messico". Ford dunque non abbandona per ora anche la fabbrica di Hermosillo, dove viene prodotta la Focus, ma lo scenario rischia accelerazioni molto brusche. Il 20 gennaio si avvicina e la pressione sui colossi dell'auto cresce.

Nel mirino anche General Motors, che in Messico produce addirittura il 19% delle vetture destinate agli States contro il 13% della Ford. Trump è stato lapidario su Twitter contro il modello Chevrolet Cruze “Fabbricatelo in Usa oppure pagate una consistente tassa”. Naturalmente il bersaglio politico del presidente eletto è quello di difendere la piena operatività della fabbrica di Lordstown, Ohio, dove la General Motors programma dimezzamento dei turni e ipotesi di chiusura.

Il vero bersaglio


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Nulla però è come sembra. Le aziende automobilistiche statunitensi accompagneranno Trump nella sua crociata a favore della produzione sul suolo Usa perché in ballo c'è ben altro che le cifre tutto sommato modeste destinate all'eventuale potenziamento degli stabilimenti in Messico. Il pericolo vero, che Trump rappresenta per General Motors e Fiat Chrysler sono soprattutto le posizioni che il presidente eletto sta assumendo in politica internazionale, in particolare con la Cina. Un ulteriore irrigidimento delle relazioni e l'imposizione di tasse sarebbe devastante.

Buick, marchio General Motors, ha venduto nel paese della grande muraglia oltre un milione di vetture nei primi nove mesi del 2016, cinque volte quanto negli States, e pianifica la produzione di alcuni modelli in Cina destinati ad essere esportati proprio negli Stati Uniti. Fca, dal canto suo, nei primi nove mesi ha prodotto 106.421 auto nel paese asiatico in partnership con la locale GAC Group a Guangzhou, ovvero un incremento del 333,19%.

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