Gianni Agnelli, 10 anni dopo.

Gianni Agnelli

Gianni Agnelli, il giorno della memoria. E’ stato ieri, 24 gennaio. Ho preferito andare controcorrente ed evitare l’affollamento di circostanza, aspettando in silenzio che tutti i media istituzionali rispettassero la scadenza. Secondo il rituale, naturalmente, in gara come sempre nello scegliere cosa e come ricordare un grande e controverso personaggio come l’Avvocato di cui tuttavia le cronache hanno perso da tempo le tracce. Sono troppo occupate del resto a non perdere un battuta del nuovo “Codice Marchionne”, l’uomo nuovo che evita accuratamente la storia, pensa soprattutto al day by day e scommette sul futuro più immediato e realizzabile. Vive così la Fiat del dopo Agnelli in attesa di quella cittadinanza americana (che lo stesso Agnelli aveva prefigurato fin dal 1985) dopo il tentativo di “alleanza” con la Ford, la quasi vendita alla General Motors e infine il capolavoro di Marchionne che “conquista” la Chrysler con la formula del baratto per poi continuare la scalata.

Osannato in vita, oltre il necessario. Poi troppo criticato e maltrattato. Adesso dimenticato” ha scritto sabato scorso il direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. Un’osservazione che mi ha colpito perché per molti aspetti è vero, eppure sono passati solo 10 anni dalla sua scomparsa anche se aveva già lasciato a Cesare Romiti la presidenza della Fiat sette anni prima, nel 1996. Ma forse la spiegazione, a volerla cercare, sta proprio nel ruolo determinante assunto nel bene e nel male in oltre un ventennio proprio da Romiti fino al 1998 e a quel che accadde dopo, negli anni più drammatici della storia della Fiat fino all’arrivo di Sergio Marchionne, nel 2004, che Agnelli non lo ha neppure conosciuto. L’età che avanzava, le tragedie di famiglia, le difficoltà dell’azienda e infine la malattia hanno portato così l’Avvocato a un tramonto tanto triste e grigio quanto sfolgorante era stata la sua vita prima e dopo il 1966, quando a 45 anni aveva sostituto Vittorio Valletta alla presidenza.

Di Gianni Agnelli è stato detto e scritto tutto. Su di lui si sono espressi molti ben più autorevoli di me e non pretendo di aggiungere nulla se non qualche testimonianza personale di giornalista dell’automobile, ruolo che non consentiva in linea di massima alcuna vicinanza o frequentazione diretta, a parte le oceaniche conferenze stampa annuali dominate dai colleghi dell’economia. Non tanto per scelta personale dell’Avvocato quanto del “sistema” Fiat che per molti anni fu abbastanza feudale.


Gianni Agnelli

Lo dimostrò ad esempio nel novembre del 1985 quando come membro del direttivo dell’associazione dei giornalisti specializzati riuscii a convincere l’ufficio stampa della Fiat ad inoltrare all’Avvocato la richiesta di un incontro di un’ora, per una volta almeno, riservata a noi. Non esitò ad accettare riconoscendo la sua latitanza proprio con noi dell’automobile, compiacendosi della presenza di Piero Taruffi nella veste ormai di giornalista e rammaricandosi per l’assenza di Gino Rancati, una delle grandi firme dell’epoca. Riuscì a dimostrare che in realtà seguiva con attenzione le nostre cronache pur frequentandoci poco e lo dimostrò rispondendo alle nostre domande martellanti regalandoci in colpo solo quattro “notizie” da prima pagina che per una volta misero in imbarazzo perfino gli stessi uomini della Fiat nei confronti dei nostri colleghi-rivali economici. Per noi fu un trionfo e rimanemmo, è innegabile, tutti ipnotizzati da quella sua straordinaria apertura nel rispondere anche alle domande più delicate solo perché le domande stesse erano giuste e l’Avvocato in questo (e non solo) era l’opposto di Marchionne.

Quello che Agnelli non sopportava era la banalità, ma a parte questo non faceva questioni di “rango”, con il grande inviato o con il giovane in carriera purché fosse preparato e pertinente. E soprattutto rapido, nella domanda, perché lui era sempre pronto alla risposta. Come il giorno in cui rispondendo al direttore di una nota rivista economica del tempo sull’acquisto della Lancia rispose che era stata pagata una lira per azione costringendo il collega a chiedere il costo reale dell’indebitamento che era di cento miliardi. Gli aneddoti sono infiniti ma si riconducono tutti a un carisma di rara forza dell’uomo che superava quello del capo, padrone, manager o imprenditore, comunque lo si voglia definire. Il che non toglie nulla a quello che è stata la storia della Fiat nei trent’anni della sua presidenza fra grandi successi e drammatiche debacle, o alle scelte più infelici, una fra tutte il sacrificio di Ghidella definito troppo autocentrico e non disponibile alla “diversificazione” sostenuta da Romiti. Ma questo è un terreno esplosivo e non è questa la sede.

Gianni Agnelli

Per Agnelli non c’era solo la Fiat e delle sue passioni si è pure detto tutto. Quella per la vela, ad esempio, era molto forte anche se non quanto quella del calcio e della Juventus, ed ebbi modo di viverla personalmente. Sognava un’Italia sfidante alla Coppa America e nell’81, sollecitato da Cino Ricci e Andrea Vallicelli mise in moto l’avventura di “Azzurra” (coinvolgendo il suo amico Aga Khan), di cui per tre mesi feci l’ufficio stampa sotto la guida di Montezemolo che del Consorzio fu il capo della comunicazione. Una delle missioni primarie per me era spiegare che in quel caso la Fiat non metteva un centesimo (a parte una Ritmo di servizio che usavo a Porto Cervo). Gli sponsor, 18 in tutto se ricordo bene, li trovò tutti lui personalmente dalla Barilla all’Alitalia. Anche se non gli fu molto difficile. Da allora gli italiani si sono appassionati a una competizione fino a quel momento del tutto ignota con grande gioia dell’Avvocato ma anche del pubblico, a quanto si è visto.

Gianni Agnelli

L’ultima volta che lo incontrai fu nel dicembre del ’94 nel suo ufficio all’ottavo piano di Corso Marconi “sorvegliato” da Ernesto Auci suo portavoce. Alla Fiat avevano molto ridotto i suoi incontri con i giornalisti ma la mia proposta era stata diversa, al di fuori della cronaca corrente, e ancora una volta accettò volentieri. Il tema erano i cinquant’anni di automobile dalla fine della guerra in poi e come lui stesso li aveva vissuti. A partire dal Natale del ’44 quando Valletta gli aveva detto schiettamente: “qui o comando io o comanda lei?” e Agnelli rispose “lei, senza dubbio”.

Per me è rimasta una conversazione indimenticabile, piena di interpretazioni del passato e previsioni per il futuro. Non le indovinò tutte, naturalmente, ma le sue visioni restano tutt’ora interessanti. Ne ricavai un intero supplemento auto di Repubblica, dove lavoravo allora, dal titolo: “I suoi veri cinquant’anni – Agnelli racconta l’epoca degli eroi”. Una lettura che vi riproporrò prossimamente e che meglio di qualsiasi “amarcord” può illustrare a chi non c’era ancora o non lo ha conosciuto chi era e come parlava Gianni Agnelli, l’Avvocato.

Le persone sono quello che fanno….

Claudio Nobis

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