Formula 1 GP Canada 2019: i veleni dopo la penalità a Vettel [Video]

La penalizzazione di 5 secondi inflitta a Sebastian Vettel dopo l'uscita alla chicane della curva 4 è apparsa a molti decisamente ingiusta. Soprattutto, è forte il sospetto che si usino due pesi e due misure, se confrontate con decisioni opposte in situazioni analoghe nel recente passato. I casi Verstappen-Vettel a Suzuka 2018 ed Hamilton-Ricciardo a Monaco 2016. Reazione team Ferrari fin troppo tiepida, quando invece avrebbero dovuto sostenere maggiormente il proprio pilota

Accade in tutti gli sport: l’arbitro provoca sempre polemiche. Spesso si tratta di proteste annebbiate dal tifo o dall’interesse, tuttavia a volte non si può fare a meno di domandarsi se chi è chiamato a decidere sul rispetto dei regolamenti sia all’altezza del suo compito; ancora peggio, ci si può chiedere se l’esistenza stessa di alcune regole abbia un senso; il peggio del peggio è quando affiora addirittura il sospetto se determinate decisioni non nascondano motivi estranei al semplice accertamento della violazione di una norma sportiva. Domande che tutti si sono posti dopo la penalizzazione di 5 secondi inflitta a Sebastian Vettel nel Gran Premio del Canada di Formula 1 2019, perché secondo i commissari il ferrarista sarebbe rientrato in traiettoria in modo pericoloso dopo essere andato sull’erba alla chicane della curva 4 al 48° giro. Sanzione che ha tolto al tedesco una vittoria fino a quel momento strameritata.

 

Formula 1 GP Canada 2019, Vettel-Hamilton: Ferrari tiepida



Il gesto più plateale e, diciamolo, sacrosanto di tutta la giornata lo ha compiuto proprio Vettel mentre si stava dirigendo verso il podio per la premiazione, dopo essere momentaneamente sparito nel retro box appena uscito dalla macchina, giustamente furioso. Arrivato davanti alle vetture schierate di Hamilton e Leclerc (la sua non c’era perché lui si è rifiutato di portarla in posizione, altro segno di protesta), ha invertito i cartelli segnaposto: ha preso il numero 2 e lo ha messo davanti alla Mercedes, mentre ha collocato il numero 1 di fronte allo spazio vuoto destinato alla sua Ferrari, tra l’ovazione del pubblico.

Una reazione del tutto comprensibile, molto “italiana”. E’ invece apparso fin troppo all’acqua di rose Mattia Binotto, il quale avrebbe dovuto invece fare fuoco e fiamme e protestare subito e vivacemente contro i commissari. Invece ai microfoni di Sky se l’è cavata con un banale “Non siamo noi a decidere, ma penso si possa avere un’opinione diversa rispetto a quella della giuria. Ci sono state altre situazioni di gara come quella di oggi e il giudizio è stato diverso, quello è il rammarico”. Sembra che la Ferrari intenda presentare un appello contro la penalità, sebbene appaia che il regolamento non lo preveda. Ma il punto non è questo. Ci si aspetterebbe che la squadra, soprattutto una squadra come la Ferrari, difenda il suo pilota lancia in resta, anche se non ci fosse possibilità di rovesciare la decisione dei commissari, come appare in questo caso.

Perché la Formula 1 non è un organismo istituzionale basato su regole democratiche come può essere uno Stato. Bensì un’attività commerciale dove comanda chi “pesa” di più in termini economici e d’immagine. E la FIA non ne è altro che l’emanazione burocratica. Solo il più forte viene rispettato. Allora questo peso andrebbe fatto sentire sempre e comunque. La dirigenza del Cavallino avrebbe il dovere di ricordare in ogni occasione, a Liberty Media e ai vertici FIA, che la Ferrari potrebbe anche fare a meno della Formula 1, ma se la Formula 1 perdesse la Ferrari, morirebbe all’istante. Lo testimoniano tribune e gradinate colorate di rosso in tutti i circuiti del mondo, anche dove non esiste tradizione automobilistica. Ricordate, ai tempi d’oro di Schumacher, Jean Todt (ironicamente, oggi presidente FIA proprio per il peso determinante che la Ferrari aveva) che per ogni capello fuori posto si precipitava all’istante verso la direzione corsa? Altri tempi e altre persone.

 

Formula 1, Vettel-Hamilton: due pesi e due misure



La Formula 1 non è un ambiente dove termini come democrazia, obiettività e giustizia abbiano un valore concreto, probabilmente non lo è mai stata. Ma tanto per restare agli ultimi anni, come giustificare la penalità inflitta a Vettel in Canada quando per almeno un paio di stagioni Max Verstappen ha goduto di una specie di “immunità parlamentare” mentre buttava fuori pista tutti quanti? Comportamento sicuro il suo? Già, Verstappen. Torniamo indietro di qualche mese, 7 ottobre 2018. Al primo giro l’olandese centra Raikkonen rientrando in pista dopo un lungo, incredibilmente lo penalizzano di 5 secondi; all’ottavo giro Vettel lo attacca e Max, recidivo, gli dà una spallata, volano pezzi di carbonio e il ferrarista si gira. Non sia mai che Verstappen venga punito due volte nella stessa gara.

Ancora più indietro, Montecarlo nel 2016, Lewis Hamilton stringe Daniel Ricciardo contro il muretto dopo un errore alla chicane successiva al tunnel, una situazione quasi identica a quella di Montreal. Nessuna penalità. Fanno riflettere le parole di Jacques Villeneuve nel commento di Sky dopo la corsa del Canada: “Vettel non poteva fare nulla di diverso da quello che ha fatto. Ma chi arriva dietro sa cosa sta succedendo, quindi Hamilton lo ha fatto apposta ad accelerare in quel punto, così poi ha potuto subito protestare via radio”.

Restiamo nel dubbio, ma sembra proprio la classica situazione di due pesi e due misure (o tre o quattro). Ti massacrano schiaffandoti in fondo alla griglia di partenza se cambi un bullone prima del tempo, poi perdonano gli autoscontri ma solo un po’. Solo quando conviene? Brutta Formula 1. Soprattutto ridicola. Siamo tifosi? Forse. E i commissari, allora?

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