Sergio Marchionne: ecco l'uomo che ha salvato la Fiat

Sergio Marchionne Stipendio

Sergio Marchionne, ex amministratore delegato del Gruppo FCA, è morto nella mattinata del 25 luglio all'ospedale universitario di Zurigo, dove era ricoverato da fine giugno. Le informazioni emerse nei giorni scorsi avevano rivelato l'aggravarsi del suo stato di salute in seguito ad un intervento chirurgico ad una spalla. La notizia è stata annunciata da John Elkann attraverso un comunicato.

Sergio Marchionne: ecco l'uomo che ha salvato la Fiat


Quello che si sta consumando in un ospedale svizzero, a Zurigo, è probabilmente tra gli epiloghi meno prevedibili della grande storia industriale italiana. Sergio Marchionne, l’AD di FCA, l’uomo che ha rimesso il treno Fiat sui binari evitando il più catastrofico deragliamento, è in fin di vita. Un uomo, un manager, che ha attirato su di sé amore e odio in egual misura e che probabilmente andrà giudicato non per le personali o ideologiche simpatie, ma per i risultati che ha portato a casa. E il salvataggio dell’industria italiana per eccellenza, Fiat appunto, è sicuramente tra i pochi metri di misura per parlare di quest’uomo. 

Torino” lo conosce nel 2004, proprio ad inizio estate e gli conferisce il difficilissimo incarico di prendere per i capelli il colosso automobilistico italiano, per restituirgli nuova linfa. Un’azienda che viaggia in costante perdita quindi, e le azioni messe in pratica dall’uomo azienda italo-canadese nato nel verde Abruzzo, non c’è che dire: si rilevano vincenti. Lunghi 14 anni di lavoro che ripercorriamo in queste tappe fondamentali per il destino della casa firmata Agnelli. 

Al suo arrivo la situazione è drammatica con pochissimi ricavi, vetture in concessionaria vecchie che han smesso di piacere al pubblico, ma soprattutto miliardi di debiti. Numeri alla mano, all’arrivo di Sergio Marchionne, Fiat ha appena 47 miliardi di ricavi e una situazione debitoria attorno ai 15 miliardi di Euro. 

Il primo “servizio vincente” è un vero e proprio “Ace” e l’AD Fiat lo mette a segno un anno dopo il suo insediamento. Pochi anni prima, Fiat aveva infatti firmato un accordo con gli americani di GM con un opzione decisamente ghiotta per il marchio italiano. Nel contratto, Fiat avrebbe potuto decidere in qualsiasi momento di vendere in blocco tutto il capitale a General Motors, con l’opzione che avrebbe obbligato gli americani a dover comprare tutto fino all’ultimo centesimo. Un acquisto quantomeno incauto quello da parte di GM, a propria volta in forte crisi e che avrebbe acquisito un brand praticamente a pezzi. Da qui la manovra di Marchionne che mette in piedi un nuovo accordo nel quale solleva GM dall’obbligo di comprare il capitale Fiat, in cambio di 2 miliardi di Euro da versare nelle casse del Lingotto. Un “bonifico” fondamentale per le sorti Fiat con il quale si è potuto subito investire su una produzione del tutto rinnovata.       

Trascorrono altri cinque anni, siamo nel 2009, all’alba della bolla finanziaria più grave dopo quella del 1929 del secolo scorso. Il terreno è quindi pronto per quella che sarà la svolta operata da Marchionne. Anche in questo caso il campo di battaglia è lontano da Torino e si vola in Michigan, a Detroit. Qui, il settore automobilistico statunitense sta pagando il conto più salato, vittima di una crisi senza precedenti con Chrysler ad interpretare il ruolo del brand che viaggia a vele spiegate verso il baratro. Un baratro da evitare ad ogni costo e che vede in campo lo stesso Presidente USA Barack Obama che incontra l’AD Fiat e che, di fatto, a lui si affida per invertire la marcia di un viaggio senza ritorno. 

Fiat, dal canto suo non spende un Dollaro, ma concede a Chrysler di utilizzare i propri motori che, “abituati” alle severe Leggi europee in fatto di ambiente, sono ecologicamente più corretti dei “dinosauri” a cui sono abituati gli automobilisti americani. Arriva anche un nuovo piano industriale che porta, poco a poco, Fiat a trasformarsi nella nuova proprietaria di Chrysler. Così nasce il Gruppo FCA, acronimo di “Fiat Chrysler Automobiles” - e da qui arriva una delle prime mosse mal viste dai detrattori del “manager dei due mondi”. Il gruppo si divide logisticamente tra Torino e Detroit, ma sposta gli affari fiscali tra la Gran Bretagna e l’Olanda, dove tasse e balzelli sono "più clementi", per usare un eufemismo. Da questo momento in poi FCA è trainata proprio dal mercato USA, nel quale la crisi automotive ha allentato la presa prima e meglio che nel Vecchio Continente. 

Il confronto dell’anno fiscale 2017, rispetto a quello del debutto di Sergio Marchionne è la conferma di quanto sia stata fondamentale l’opera del manager abruzzese. I ricavi sono di 110 miliardi di Euro con profitti alle stelle per 3,5 miliardi. Merito senz’altro delle vendite in terra “yankee”, dove in particolare è Jeep a risollevarsi, trasformandosi in una vera e propria "fabbrica di fatturato". Le vendite tra USA ed Europa toccano le 3,5 milioni d'immatricolazioni, spalmate con 2 milioni di pezzi oltreoceano e 1,5 qui in Europa, delle quali più di un terzo solo in Italia.    

Ad oggi, il giro d’affari rispetto al debutto di Sergio Marchionne è addirittura triplicato ed FCA può contare su una liquidità di 12,6 miliardi di Euro - con un indebitamento passato da 15 ad appena 2,4 miliardi. Risultati che hanno fatto lievitare il valore dei titoli FCA, partiti da meno di 4 Euro ad azione e passati ad oggi a quasi 17 Euro. Per dirla in termini automobilistici, probabilmente più chiari e anche "cari" all’ex AD FCA: chi qualche anno fa aveva le azioni buone per comprare una Fiat Panda, senza far nulla oggi potrebbe mettere in garage un’Alfa Romeo Stelvio.

I risultati contano più d’ogni altra cosa e si potrebbe dibattere infine sui metodi con i quali ci si è arrivati. Soluzioni che però hanno tolto a Fiat l’immagine di azienda mantenuta dallo Stato italiano per buoni 40 anni o più, senza cassa integrazione, mantenendo migliaia di posti di lavoro e con uno spirito da qualcuno non condiviso, ma figlio di un modo più moderno di amministrare un’azienda. Perché i tempi cambiano e la lotta di classe, da rispettare s’intende, va lasciata ai libri di storia.

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