Brexit: rischio di fuga delle case automobilistiche

L'incertezza su chiusure e tariffe doganali preoccupa i costruttori. Potrebbero chiudere le fabbriche storiche

Brexit

Quale sarà il peggiore incubo per i costruttori automobilistici (e per l'industria in genere) derivato dalla Brexit? Le dogane. L'incertezza su cosa accadrà dal 30 marzo 2019, primo giorno in cui il Regno Unito sarà formalmente fuori dall'Unione europea, è forte. Le trattative non stanno conducendo a soluzioni certe, per il momento. Non si sa nemmeno come verrà regolato il previsto periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020.

Fra i diversi scenari in discussione, la situazione ideale per il commercio è quella attuale: tariffe comuni e frontiere aperte, quindi nessun aggravio sui controlli doganali. La peggiore invece è la chiusura totale, in cui i controlli ai porti e agli ingressi dell'Eurotunnel comporterebbero ritardi notevoli e costi molto più alti per le imprese.

Perché la maggior parte dei componenti necessari all'assemblaggio finale dei veicoli nelle fabbriche in UK arriva dalle nazioni continentali. Ad esempio, la sola BMW spedisce 150 camion al giorno per Mini e Rolls-Royce. In simili condizioni ci sono Nissan, Toyota, Ford, PSA per Vauxhall (il marchio inglese delle vetture Opel), Jaguar e Land Rover. Tutte possiedono fabbriche storiche in cui viene dato lavoro a decine di migliaia di persone.

Già nell'ultimo anno gli investimenti sono dimezzati, tra calo della domanda di veicoli diesel e incertezza legata alla Brexit. Ma se il futuro comporterà insostenibili incrementi dei costi allora le case potrebbero anche decidere di chiudere le fabbriche britanniche.

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