Caso Winterkorn: è lo tsunami dell'auto

Volkswagen sotto accusa, le multe degli ultimi anni, la fiducia persa dei consumatori e la Merkel... che bloccò personalmente l'accordo sulla CO2 dei 27 Paesi dell'UE. Cosa succede?

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Martin Winterkorn si è dimesso. Ironia della sorte, proprio alla vigilia della sua riconferma per i prossimi due anni a capo celebrato e incontestato del gruppo Volkswagen. L’atto ufficiale era previsto per venerdi quando invece sarà nominato in tutta fretta il suo successore, probabilmente l’ex capo dello sviluppo BMW Herbert Diess passato a Wolfsburg come capo del marchio VW dal luglio scorso.

In pochi minuti, ieri pomeriggio, la notizia ha fatto il giro del Mondo dando il via a quello che passerà alla storia come lo tsunami dell’auto non solo per il grande gruppo (12 marchi) simbolo della capacità industriale e tecnologica tedesca e in lizza per il definitivo primato mondiale, ma addirittura per l’intero pianeta dell’auto in progressiva crisi di credibilità.

Il nuovo scandalo si aggiunge infatti a quello della General Motors che la settimana scorsa ha “patteggiato” con le autorità federali americane per il difetto all’accensione di molti modelli occultato per una decina d’anni con letali conseguenze, senza contare i precedenti storici delle Toyota che non si fermavano e ancor prima, nel 2000, della Ford per i pneumatici Firestone montati sull’Explorer che scoppiavano. Casi distanziati e apparentemente “occasionali” costati lutti e fiumi di denaro in risarcimenti che, tuttavia, non avevano fin qui intaccato più di tanto la forza del mondo automotive, forse anche perché sembravano tutti “ristretti” all’area americana. Questa volta, però, è diverso e probabilmente lo scandalo ha raggiunto e superato ogni limite per l’opinione pubblica non meno che per i governi e le autorità interessate.

Da venerdi scorso, quando in America è partita la denuncia della grande truffa già battezzata come “dieselgate”, a ieri pomeriggio, in soli sei giorni si sono polverizzati la fama, il prestigio e la ricchezza di un impero costruito in quasi 80 anni di vita. Ma forse non basta neppure questo per valutare a pieno le conseguenze esplosive di un evento inimmaginabile le cui dimensioni vanno crescendo di ora in ora e stanno facendo tremare i vertici di tutte le aziende costruttrici seppure non coinvolte. O forse si dovrebbe dire non ancora. La colossale truffa della manipolazione ai sistemi di rilevamento dei tassi di emissioni messa in atto da VW è stata scoperta in America ma nulla esclude che possa riguardare tutti gli altri mercati mondiali sui quali il gruppo tedesco ha operato in questi anni.

Perché non dovrebbero averlo fatto anche molti se non tutti gli altri concorrenti?

Il logo dei motori TDI

Il dubbio è più che lecito e tutti, istituzioni e aziende, dovranno lavorare molto per ripristinare chiarezza, ordine e fiducia. In più, innescato il tarlo del dubbio, si finirà col chiedersi su quanti altri capitoli e da quanti e quali costruttori può essere stata utilizzata la malizia tecnologica per tranne vantaggi competitivi o solo per migliorare i margini di guadagno?

Di questo passo si potrebbe continuare a lungo e senza limiti alla fantasia fino a dubitare anche della propria vettura ogni volta che si avvia il motore. E non solo un diesel, naturalmente, sul cui destino si accende ora una seria definitiva ipoteca. Cosa potrà accadere ora che gli equilibri di mercato saranno di nuovo sconvolti col rischio di riflettersi sulla produzione e quindi sull’occupazione?

E’ questo il più grande delitto compiuto dal mitico gruppo tedesco che, onestamente, non meritava un simile affronto e che a differenza degli altri casi, rischia ora di avviare una devastante reazione a catena emotiva senza confini e al tempo stesso una giusta ma drammatica azione repressiva da parte dei pubblici poteri sotto ogni bandiera.

Viene dunque istintivo pensare agli effetti delle torri gemelle di New York pur in assenza, questa volta, della tragedia umana. Era settembre anche allora e come in questi giorni Francoforte celebrava l’auto che oggi segna sul calendario il suo 9/18 e lascia presagire che d’ora in poi per l’auto mondiale nulla sarà più come prima. Tuttavia con una differenza positiva sostanziale: il “dieselgate” ha dato d’un colpo una potente lezione a tutti, costruttori e governi, soprattutto a quelli più “permissivi” come gli europei. Come non ricordare oggi quel 24 giugno 2013 in cui quella stessa Angela Merkel che oggi chiede con imperio chiarezza ai suoi amici di Wolfsburg, si prese l’arbitraria libertà di telefonare personalmente a Bruxelles e poi a Cameron e Hollande per bloccare i provvedimenti già concordati dai 27 Paesi dell’Unione proprio in tema di ulteriori riduzioni delle emissioni e di riforma dei metodi di controllo ormai palesemente insufficienti?

Ne scrissi allora e vi invito adesso a rileggerne il contenuto che credo più che significativo. E anche all’epoca non furono un segreto le forti pressioni esercitate da Mercedes, Bmw e VW in tempi pre elettorali perché quei provvedimenti non divenissero operativi o quanto meno fossero dilazionati.

In buona sostanza non è un mistero neppure che ridurre le emissioni comporta massicci investimenti economici e mille problemi tecnici che influiscono sulle prestazioni delle auto. Qualche anno prima fu il nostro Sergio Marchionne nelle vesti di presidente dell’ACEA a sottolinearlo ricordando la quantità di posti di lavoro collegati all’auto per chiederne, sempre a Francoforte, l’allungamento dei tempi. E solo un anno fa proprio Winterkorn al salone di Parigi fece lo stesso rivelando alla stampa che un solo grammo di riduzione costava all’azienda 100 milioni…

Ieri il professor Winterkorn ha rassegnato le dimissioni per il bene dell’azienda e del suo radicale rinnovamento sostenendo di avere la coscienza pulita e di “non essere stato al corrente” di quanto avveniva sotto di lui. Dobbiamo credergli perché Lui è “uomo d’onore”, per dirla con Shakespeare, ma potremmo seguire anche uno dei più noti suggerimenti di Giulio Andreotti secondo il quale “a pensar male non si sbaglia mai”. O quasi.

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