24 ore di Le Mans: il racconto di un weekend speciale

Il nostro racconto semiserio della 24 ore di Le Mans, dove lo spettacolo è concentrato anche (e soprattutto) fuori dalla pista...



Sapevo che la 24 ore di Le Mans non fosse una gara come le altre. Allo stesso tempo immaginavo che un evento di tale portata avesse la capacità di assorbire ed inghiottire i suoi spettatori, trascinandoli all'interno di un vortice che tutto travolge e nulla risparmia: la fatica, l'imprevisto, la tattica e l'incertezza sono tutti elementi che in qualche modo vengono assorbiti da chi siede al di là delle recinzioni. Non credevo però che la gara della Sarthe andasse considerata come la porta d'accesso ad un universo di passione e (sana) follia, ad un microcosmo popolato da soggetti a cui bastano davvero pochi mezzi per sopravvivere: un po’ di salamella, tanta (TANTA) birra ed il dolcissimo ritornello cantato dei motori, sottofondo che tieni svegli e concentrati anche quando le ombre iniziano ad allungarsi.

Ci è stato detto che il numero dei partecipanti era superiore a quota 260.000. In realtà fatichiamo a crederlo – si tratta comunque della stima definitiva –, dal momento che tutte le operazioni non vengono accompagnate dal benché minimo intoppo o rallentamento: le code filano veloci, le vie d’accesso si gonfiano e sgonfiano con impressionante tempismo e nessuno tenta mai di soffiare la posizione a chi lo precede. Sarà forse perché non ci sono italiani, come scopriremo visitando quel fantastico affresco di umanità che è il campeggio. La quasi totalità degli appassionati è giunta dalla Danimarca, dalla Francia e dalla Germania. Molti di loro sono arrivati nella Loira a bordo della propria supercar, che sia una più 'banale' BMW M5 oppure una superlativa Porsche Carrera GT. Abbiamo visto anche un'Ariel, varie TVR, qualche Ferrari e numerose automobili storiche, tutte parcheggiate con ordine e per un giorno consegnate ad un ambiente che all’apparenza ci sembra per loro estraneo.

IL RESOCONTO DELLA GARA

Così le guardiamo spalancando gli occhi, chiedendoci ‘con quale coraggio?’, rammaricandoci per simili pezzi di ingegneria parcheggiati nella polvere ed alla mercé di Eolo; con il passare delle ore (e del tempo speso nei dintorni del circuito) capiamo invece che questo approccio esprime in pieno l’affetto nutrito dai rispettivi proprietari, che vivono la 24 ore come un’esperienza e non ‘solo’ come una gara. Chi popola i campeggi finisce con il nutrirsi della sua stessa adrenalina, finisce con il restare indifferente al sole ed alla pioggia, finisce con il camminare per chilometri e chilometri alla ricerca del punto migliore in cui sedersi ed osservare le automobili. E’ in quei momenti che si apprezza il fracasso infernale delle Corvette C7.R, l’urlo lacerante delle Toyota TS 040 Hybrid, il rompo pieno delle Aston Martin V8 Vantage e lo strillo acuto delle LMP2, che sopperiscono al rumore più tenue delle Audi R18 e delle Porsche 919 Hybrid.

Vuoi per i colori, vuoi per la temperatura che inizia a scendere e vuoi perché le automobili sembrano in qualche modo prepararsi alla faticaccia, ma quella mezz’ora in cui il sole tramonta esprime una magia ed un richiamo impossibili da contrastare. Vorresti che ci fossero più automobili in pista, più motori da sentire e più duelli da seguire; vorresti che il tuo collo si possa muovere più velocemente, che i tuoi occhi non debbano mettere a fuoco ogni volta, che il campo visivo non si interrompa così presto. E poi tu vai a dormire in albergo e nei pratoni inizia il divertimento…

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