Le reazioni alle dichiarazioni di Marchionne

“Quest'anno prevediamo di fare oltre 2 miliardi di utile operativo. Guardate che nemmeno un euro è fatto in Italia. Se dovessi togliere la parte italiana, la Fiat farebbe meglio”.

La dichiarazione ha fatto il giro di tutti i media nazionali e l'avrete già sentita riproposta in tutte le salse, oltre che ovviamente nei video di questo post. Vediamo insieme quali sono stati i punti salienti e quali sono le reazioni del mondo imprenditoriale, sindacale e politico. Sergio Marchionne ha parlato ovviamente di Fiat e sindacati, ma è stato abile nel proporre il proprio punto di vista su ciò che avviene in azienda.

“Il sistema di tre pause ogni 10 minuti, proposto per Pomigliano e Melfi, è già applicato a Mirafiori. Fa parte degli sforzi per ridisegnare il processo di produzione. E poi, i 10 minuti che si perdono sono pagati”. “Meno della metà dei nostri dipendenti appartiene a una sigla sindacale; il 12,5% dei dipendenti è iscritto alla Fiom. A Pomigliano non abbiamo tolto il minimo diritto, abbiamo cercato di assegnare la responsabilità della gestione di uno stabilimento ai sindacati per gestire insieme a loro le anomalie”. “Se la Fiat dovesse smettere di fare auto in Campania, avremmo, credo, un problema sociale immenso, specialmente in una zona dove la camorra è molto attiva. Considerando l’indotto lavorano 20.000 persone”.


E arriviamo al punto dolente, quello sulla bocca di tutti. Marchionne ha infatti criticato i dipendenti dell’impianto campano per un sospetto ricorso alla mutua in occasione di particolari eventi sportivi.

“Quando il 50% dei dipendenti si dichiara ammalato in un giorno specifico dell’anno, vuol dire che c’è una anomalia”. In che giorno avviene tale anomalia? “Dipende da che partita c’è”.

A questo punto c'è da chiedersi cosa accade nel resto d'Europa. Interessante da questo punto di vista l'articolo di oggi su La Stampa, a proposito del modello tedesco. Da quelle parti la parole d'ordine è mitbestimmung, ovvero cogestione.

La mitbestimmung consente ai dipendenti di influenzare da un lato l’organizzazione dei processi lavorativi (attraverso il consiglio di fabbrica), dall’altro, nelle società più grandi, di intervenire direttamente nelle decisioni aziendali, grazie al consiglio di sorveglianza, in cui i rappresentanti dei lavoratori siedono a fianco di quelli degli azionisti. Altro cardine del sistema tedesco è la tarifautonomie: sono le imprese e i sindacati a concordare stipendi e salari, non lo Stato.

Scioperi? Non molti. C'è un cosiddetto "sciopero di avvertimento" quando le trattative vanno per le lunghe. Lo sciopero vero e proprio avviene solo se approvato almeno dal 75% degli iscritti al sindacato. E come segnala sempre La Stampa: gli scioperi politici sono vietati per legge, lo sciopero generale è praticamente sconosciuto.

Un vantaggio competitivo non da poco, quello dei tedeschi e dei francesi, presi di mira da Marchionne sul fronte "aiuti statali".

“Noi non abbiamo chiesto finanziamenti, a differenza di quanto hanno fatto i tedeschi e i francesi. Gli incentivi sono soldi che vanno ai consumatori, e aiutano noi indirettamente perché in Italia sette auto su dieci sono straniere”.

Ma alla fine la Fiat, è in buona salute? E quanto guadagna in Italia? Una risposta prova a darla IlSole24Ore. Il discorso economico, finanziario e industriale non è semplicissimo, e vi invitiamo a leggere l'articolo per intero e a dare un occhio alla struttura di Fiat Group.

struttura fiat

Secondo il Sole "In Italia ci sono attività che guadagnano, e anche bene" con riferimento a Ferrari, che insieme a Maserati, non fa parte di FGA. Il Sole si concentra poi sui veicoli commerciali leggeri dicendo che "possono essere scorporati, almeno a livello di stima, e anch'essi guadagnano - qualche centinaio di milioni". Il Brasile è un mondo a sè ma quello che sembra non essere redditizio è il settore esportazione. Troppe poche auto prodotte in Italia, a prezzi forzatamente bassi per vendere sui mercati stranieri, con una tipologia di automobili piccole nelle quali si guadagna di meno.

Torniamo allora alla "questione Italia". Su Borsa Italiana, Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria sembra essere d'accordo con Marchionne:

(sono) “cose del tutto condivisibili. Avrebbe potuto dirne molte di più”. Ad esempio, "la competitività di un Paese non e' solo una questione di costo del lavoro, ma anche di costi di energia, di fisco, di infrastrutture; insomma dello sforzo comune di un intero sistema".

Chi proprio non digerisce l'intervista sono i vertici del sindacato. Giorgio Cremaschi (FIOM) dice che "Sergio Marchionne, con la possibilità di esprimersi senza alcun contraddittorio, si è manifestato in tutta la sua brutale arroganza". Per Rocco Palombella (Segretario Generale Uilm) Marchionne deve evitare di continuare a umiliare gli operai. Un po' più articolata la risposta di Epifani, ex Segretario CGIL:

''La verità è che Marchionne vorrebbe andarsene dall'Italia''. ''Non a caso sostiene di non avere più debiti con il nostro Paese. E' come se si sentisse obbligato a stare qui da noi, mentre il gruppo è sempre più americano, forte in Brasile e negli Stati Uniti''.

Veniamo infine alle reazioni dei politici, quasi tutti contrari indipendentemente dallo schieramento. Le dichiarazioni di Fini sono simili a quelle di Epifani "più canadese che italiano", per Casini "Marchionne non va demonizzato", Di Pietro afferma "da Marchionne parole offensive e indegne", Calderoli "Marchionne ha la memoria corta sugli aiuti di Stato", Stefano Fassina (PD) pone l'indice su "le carenze della Fiat nelle politiche per gli investimenti, nella progettazione e produzione di modelli, nell'organizzazione produttiva".

Al di là delle singole dichiarazioni, quello che è certo è che l'intervista di Marchionne da Fabio Fazio ha avuto un risultato dirompente sulla scena industriale, sindacale e politica del nostro Paese. A voi, se volete, i commenti.

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