Addio all'ex stabilimento Diatto. Scopriamo storia e curiosità del marchio torinese

E' iniziata la demolizione dell'ex stabilimento torinese della Diatto. Il comparto automobilistico italiano si vede così privato di un ulteriore membro storico, non più attivo da oltre mezzo secolo ma dai gloriosi trascorsi. In questo post ne ricostruiamo le gesta.

Diatto

Ruspe e mezzi meccani sono al lavoro da questa mattina al civico 21 di via Frejus, in quella Torino industriale di cui oggi conserviamo uno sbiadito ricordo. Gli addetti sono impegnati nella demolizione di un'ex stabilimento produttivo, oggi malinconico e sbiadito, che ospitava l’ex azienda automobilistica Diatto. Il triste evento ci fornisce quindi lo spunto per narrare le gesta di un marchio sottovalutato e dimenticato, fondato nel 1905 e chiuso de facto nel 1932, fino ad allora impegnato nella costruzione di vetture sportive e d’alta gamma.

La paternità dell’azienda va attribuita a Guglielmo Diatto, che nel 1935 fondò un’azienda specializzata nella produzione di carrozze. Trascorrono 70 anni ed i fratelli Pietro e Vittorio Diatto costituisco la Società Diatto-A, nata con il supporto della francese Clément Bayard. Leggenda vuole che i due fratelli si cimentarono nella produzione di automobili perché non soddisfatti da una Ceirano, vettura che l’azienda dovette addirittura riprendersi. È in questo periodo che viene realizzata la sede di via Frejus. Il progetto era ambizioso: lo stabilimento occupava una superficie di 30.000 metri quadrati fra le vie Fréjus, Cesana, Revello e Moretta, la sola officia misurava 6.500 metri quadrati ed erano presenti circa 200 macchine utensili, alle quali lavoravano 500 operai – quando 770 erano invece i dipendenti FIAT.

Diatto si concentra quindi sulle 10/12 HP e sulle 20/25 HP, queste ultime con motore quattro cilindri da 3.770 cc. Nel 1909 l’azienda torinese dà il benservito all’ormai ex partner transalpino e dal 1911 si dedica alla Tipo Unico, con motore quattro cilindri da 2.212 cc. Durante la Prima Guerra Mondiale è costretta a gettarsi sulla fornitura di mezzi militari. Torna a costruire vetture di serie nel 1922, grazie alla 20 ed alla sua versione sportiva 20S. Sono due automobili decisamente valide, di spessore, che però non godono dello sperato successo commerciale. Diatto si trova quindi ad affrontare una grave crisi economica (nel 1923 va in liquidazione).

Tutto sembra perduto, ma un inatteso afflusso di capitali le assicura una (relativa) stabilità. Diatto sposta il proprio mirino ed attribuisce maggior rilievo al mondo delle competizioni, lanciando una monoposto progettata addirittura da Alfieri Maserati: utilizza un motore 8 cilindri da 2.0 litri e partecipa al GP d’Italia del 1925. Due anni dopo la situazione torna però fosca. L’azienda - nel frattempo impegnata in un lungo turbillon per scegliere quale denominazione utilizzare - termina la produzione di automobili di serie e viene rilevata nel 1931 dalla Carlino Sasso, che però la indirizza verso la costruzione di parti di ricambio. Diatto vive nell’ombra fino al 1955, quando viene assorbita dalla Veglio e termina il proprio destino commerciale.

Il suo nome torna però d’attualità ad inizio 2000: un gruppo di imprenditori dà avvio al progetto di una lussuosa sportiva. È inoltre lanciato il prototipo Diatto Ottovù Zagato, che non viene però tradotto in serie.

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