Autoblog al MoTechEco: ecco dove va la mobilità di domani - parte seconda

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Eccoci di nuovo a parlare di mobilità sostenibile con la seconda parte del nostro reportage dalla prima edizione del MoTechEco attualmente in corso a Roma.

Dopo aver parlato delle prossime scelte ingegneristiche e del futuro dei propulsori, sul breve, medio e lungo termine, cambiamo completamente registro passando agli interventi degli altri soggetti presenti alla conferenza di giovedì scorso.

Ci eravamo lasciati parlando di politica dei trasporti e riprendiamo il filo da dove avevamo interrotto, riportando alcune proposte fatte a questo riguardo.

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Una delle soluzioni individuate da Enrico Mingardi, Presidente della Consulta Mobilità Sostenibile dell'ANCI (l'associazione dei comuni italiani), è quella della mobilità collettiva, che crediamo sia una delle strade su cui spingere in futuro. Car e Bike Sharing dovranno diventare keywords dei trasporti urbani, altrimenti destinati al collasso. Si tratta di un problema di mentalità, che molti di noi automobilisti dobbiamo riconoscere: separarci dalla "nostra", a volte risulta difficile, sicuramente molto di più di quanto non sia sparare a zero sull'efficienza del trasporto pubblico o sulle politiche di chi ci governa, che pure spesso e volentieri si meritano la nostra avversione.

Il confronto con gli altri paesi la dice lunga sulla situazione italiana: il Vélib' di Parigi o il Velo'v di Lione sono esempi ancora ineguagliati qui da noi (in Italia non manca il bike sharing, ma a fronte di 3500 biciclette a disposizione nella nostra nazione, la sola Parigi ne conta oltre 20.000, ndr). D'altro canto, l'Italia si può vantare di uno dei tassi di motorizzazione più alti del mondo: solo paesi come gli USA, Singapore, il Principato di Monaco o l'Islanda ci superano.

Del resto, altra osservazione assolutamente condivisibile è quella proposta da Guidalberto Guidi: il Presidente dell'ANCMA (Associazione Ciclo, Motociclo e Accessori) ha fatto notare come nella maggior parte dei casi, le auto siano occupate solo dal conducente. Secondo Guidi inoltre, in un futuro nemmeno troppo ipotetico, le auto potrebbero essere allontanate del tutto dai centri storici.



Cosa vuol dire quanto abbiamo detto fin qui? Le automobili sono il male assoluto? Dobbiamo rassegnarci a vedere l'estinzione dell'auto, oggetto delle nostre egoistiche spinte emozionali? No, perchè la colpa degli attuali problemi della mobilità non è solo delle bistrattate quattro ruote.

Come ha sottolineato infatti Andrea Castronovo, ad BMW Italia, le auto rappresentano solo il 12% delle emissioni di CO2 da attività umana in Europa, un dato già noto a molti, ma non abbastanza pubblicizzato a giudicare dal positivo, ma unidirezionale accanimento contro l'automotive. Noi aggiungiamo che disinteressarsi della restante, enorme percentuale, magari per miopia ideologica o ignoranza dei termini della questione (o magari tutt'e due), non è solo sbagliato, ma anche dannoso in vista di un serio e "laico" tentativo di migliorare.

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Il miglioramento coinvolge moltissimi aspetti, come ha evidenziato il dotto intervento di Luigi Paganetto, Presidente dell'ENEA: "La poca ricerca di ieri ha portato ai prezzi del petrolio di oggi", che di fatto incidono soprattutto sulle tasche dell'utente finale.

Che fare, dunque? Sicuramente molto dipende dalla lungimiranza delle politiche proposte: esemplificativo è il caso delle nuove polarità urbane, che nascono prima delle infrastrutture di collegamento, o quello della scarsa fiducia che si concede al trasporto pubblico, ancora troppo legato alle sedi promiscue e privo di corsie preferenziali che lo favorirebbero sul trasporto privato in termini di tempi di percorrenza. Senza contare che i fondi destinati al trasporto pubblico sono stati tagliati in nome delle "grandi opere", in barba al dato degli oltre 2/3 dei movimenti quotidiani in auto, che si svolgono proprio nelle aree urbane.

O ancora, l'eterna questione del PM10, cui si tenta vanamente di mettere un freno con politiche territoriali o regionali, incapaci di dare risposte concrete ad un problema dalla fenomenologia ben più vasta e complessa, frutto com'è di fattori estremamente vari e geograficamente estesi.

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Insomma, come si dice in questi casi, tanto è stato fatto, ma c'è ancora tanto da camminare, anche se la strada è quella giusta. Una cosa è certa: nell'attesa che i nostri politici si diano una svegliata, noi qualcosa lo possiamo fare.

Cosa? Cambiare completamente il modo di concepire l'auto, facendole perdere definitivamente la sua funzione "utilitaria", peraltro già compromessa dalla congestione e dall'inquinamento. Solo così potremo tornare a goderne appieno, nobilitandola fino a riportarla alla sua vera essenza, che è quella di costituire un impareggiabile, emozionante strumento di libertà.

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