Ayrton Senna: progettato per vincere

Il 1° maggio 1994 il terribile incidente di Imola che spezzò la vita del grande campione brasiliano. L'essenza del suo stile in alcuni aneddoti

Chi era Ayrton Senna, di cui ogni 1° maggio ricordiamo la morte? Sono passati ormai 24 anni da quello sciagurato incidente ad Imola. Pensiamo di avere già letto, visto e sentito tutto su questo grande campione. Le odierne possibilità offerte dalla rete ci consentono di rinfrescarci la memoria quando vogliamo, anche se in modo molto frammentario. Peschiamo allora un paio di questi frammenti che a nostro avviso rappresentano l'essenza di questo pilota di cui ancora oggi sentiamo tutti la mancanza.

Nel 1990, alcuni giorni dopo quel famigerato Gran Premio del Giappone a Suzuka in cui la McLaren di Senna e la Ferrari di Alain Prost si scontrarono alla prima curva, il pilota brasiliano venne intervistato da Jackie Stewart, il celebre campione scozzese che vinse tre titoli mondiali in Formula 1 (1969, 1971 e 1973). Forte del suo indiscusso prestigio, pose a Senna una domanda che nessuno aveva il coraggio di fargli e che appunto lo fece infuriare ("Era a dir poco irritato, mi disse che non avrebbe mai più parlato con me", ricordò Stewart molti anni dopo); dopo avergli fatto notare che negli ultimi due anni era rimasto coinvolto in scontri quasi più lui da solo di tutti gli altri campioni dei dieci anni precedenti messi insieme, lo scozzese gli chiese se ciò non fosse eccessivo, se non corresse rischi esagerati.

Dato il suo carattere, di fronte a qualsiasi altro giornalista Senna se ne sarebbe immediatamente andato, apostrofandolo in malo modo; ma si trattava pur sempre di Jackie Stewart, allora rimase al suo posto. Però rispose con animo alquanto alterato: "E' sorprendente questa domanda da uno con la sua esperienza, Stewart"  - non "signor Stewart" o almeno un amichevole "Jackie" (non era ancora Sir a quel tempo): solo "Stewart", come un nessuno qualsiasi - "Essere un pilota da corsa significa rischiare in continuazione. Ma essere un pilota da corsa significa anche competere con altre persone. Se smetti di cercare quello spiraglio per sorpassare, allora non sei più un pilota da corsa". Ormai incontenibile, il brasiliano andò poi sul filosofico spinto, come gli capitava spesso: "La motivazione principale di tutti noi piloti è competere per la vittoria, non per arrivare secondi o terzi. Io corro progettato per vincere".

I race designed to win, queste le sue parole originali. Quella frase fece molto scalpore all'epoca. Ma cosa voleva dire? Nessuna frase vale una buona immagine, allora andate a cercare il Gran Premio d'Europa 1993, corso nel Regno Unito ma a Donington, l'unica gara di Formula 1 mai disputata su quel tracciato. In quella stagione Senna tribolò parecchio. La sua McLaren-Ford non era all'altezza della Williams-Renault di Prost, il quale aveva la strada in discesa verso la conquista del proprio quarto titolo mondiale. La vettura del brasiliano faceva fatica anche nei confronti della Benetton-Ford di un giovane tedesco rampante, tale Michael Schumacher. Nonostante ciò, quell'anno Senna riuscì a vincere ben 5 gare.

Un autentico capolavoro fu proprio la vittoria di Donington, terza corsa in calendario. Era l'11 aprile, pioveva in abbondanza (che novità, la pioggia in Inghilterra in primavera). Senna era al comando della classifica mondiale, una vittoria ed un secondo posto contro una vittoria ed un ritiro per il suo rivale di sempre. In qualifica, sull'asciutto, le Williams avevano ancora dimostrato una superiorità imbarazzante: Prost in pole, il compagno Damon Hill a tre decimi; il terzo, Schumacher, era staccato di un secondo e mezzo. Solo quarto Senna, a poco più di un decimo dal tedesco.

Ma sul bagnato il favorito diventava il brasiliano, lo aveva dimostrato tante volte nella sua carriera; il soprannome "mago della pioggia" non arrivava per caso. Però in partenza Ayrton fu meno veloce e si fece sopravanzare dalla Sauber di Karl Wendlinger; ma l'illusione dell'austriaco durò pochissimi secondi. Infatti Senna infilò alla prima staccata Schumacher all'interno; nella curva successiva si sbarazzò di Wendlinger all'esterno; pochi metri, altra staccata interna e anche Hill diventò un ricordo.

Dopo il tratto misto, al tornantino ecco Prost: deciso all'interno e senza pietà, il brasiliano si affiancò millimetrico, il francese aveva lasciato aperto quel famoso spiraglio; tentò di resistere, ruote a contatto ma questa volta il pilota della Williams non volle andare oltre e lo lasciò passare; per quanto duro, si trattava di un sorpasso corretto e fantastico. Tutto questo e ancora non era finito il primo giro. Sembrava che Senna corresse sull'asciutto, in una traiettoria che vedeva solo lui, mentre gli altri facevano fatica a tenere la macchina in pista. Il "giro degli dei", lo definirono molti media. Possiamo anche concordare, nella sostanza dell'idea se non proprio nello stile delle parole.

Potremmo andare avanti ancora a lungo e ricordare la sfida infinita con Alain Prost e le altrettanto infinite polemiche tra i due. Oppure i duelli occasionali ma anch'essi epici con Nigel Mansell e Nelson Piquet, così come i primi contatti (anche in senso letterale) con Schumacher, embrione di un'altra rivalità potenzialmente in grado di emulare quella con Prost.

Purtroppo le cose andarono diversamente. Un'imperdonabile sciatteria da parte del team Williams (certificata dall'inchiesta giudiziaria) diretto da Patrick Head nell'organizzare ed eseguire l'allungamento del piantone dello sterzo alla vettura che portava il numero 2, come richiesto dal pilota dopo le prove del Gran Premio di San Marino 1994 ad Imola per vedere meglio la strumentazione, provocò la rottura del piantone stesso nel momento in cui Senna affrontava al settimo giro la curva del Tamburello a 315 Km/h. Con lo sterzo fuori uso l'auto proseguì dritta nella via di fuga e si schiantò contro le barriere. L'estrema fragilità delle monoposto di quegli anni tolse al campione brasiliano ogni possibilità di salvarsi, perché un braccio della sospensione destra si spezzò nell'impatto e come un missile volò verso il pilota, perforandogli il casco e la testa. Egli morì nel tardo pomeriggio in ospedale, senza mai riprendere conoscenza.

Le imprese di Ayrton Senna in Formula 1 possono essere aridamente sintetizzate dai numeri: 3 titoli mondiali, 41 gran premi vinti su 162 disputati, 65 pole position. Ma sono quelle immagini, quei filmati che ciascuno di noi può rivedere su internet ogni giorno, tutte le volte che vuole senza spendere un centesimo, la testimonianza più chiara, autentica e preziosa su uno dei campioni più cristallini nella storia dell'automobilismo, di ogni epoca o categoria. Progettato per vincere, appunto.

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