Ciao Andrea!

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Sono passate 72 ore da quando lunedi mattina all’aeroporto di Barcellona mi ha raggiunto la notizia della morte di Andrea Fiaschetti, 47 anni, amministratore delegato di Mazda Italia, mentre insieme ai colleghi presenti lo credevamo in volo per raggiungerci e parlarci dell’ultima novità della sua marca in pieno rilancio. Prima di partire avrebbe voluto accompagnare a scuola le piccole Matilde e Agata...

Da poco, oggi giovedi 19 maggio, gli abbiamo dato l’ultimo saluto al Verano, il cimitero monumentale di Roma. Accanto alla sua famiglia, alla sua compagna Barbara e ai suoi colleghi di Mazda, la sua seconda famiglia, ai suoi amici d’infanzia e a quelli più recenti, eravamo in tanti per ricordarlo, tutti ancora increduli e storditi dal fulmineo evolversi degli eventi.

Andrea mi aveva colpito da quando lo avevo conosciuto ed era diventato un amico, di quelli che avresti voglia di vedere sempre, trasformando il rapporto di lavoro in legame del tutto personale. Ci sono momenti come questo nella vita di un giornalista in cui la cosa che fai di più da sempre, scrivere, va in tilt. Idee, fatti, memorie, tutti i pensieri insomma, si incrociano come in un colossale ingorgo, si paralizzano e le dita restano ferme sulla tastiera. Si chiamava sindrome da foglio bianco quando si scriveva sulla carta, oggi è lo schermo del computer ma il fenomeno è lo stesso.

Succede quando un evento come la scomparsa improvvisa, inaspettata quanto improbabile di una persona cara, familiare o meno che sia, ti entra nella testa che rifiuta di accettarla. Ogni parola sembra a questo punto troppo banale, insufficiente alla enormità del dramma appena consumato e vorresti tenere tutto gelosamente chiuso nel tuo privato più intimo. Poi, pian piano, le immagini tornano a fuoco. Luoghi, episodi, discorsi seri, scherzi e battute leggere e acute. E quel suo sorriso scanzonato, contagioso e coinvolgente che in tutti resterà fisso nella memoria.

E’ stata una cerimonia semplice com’era lui, non un cerimoniale. E tutti impreparati a parlarne estraendo a fatica dal cuore ciò che lui ha lasciato a ognuno di noi che ha avuto la fortuna di conoscerlo, in modi e con relazioni molto diverse, e di fare insieme a lui un tratto di strada o meglio di pista per quanto intensa e veloce era la sua capacità e gioia di vivere ogni cosa e ogni interlocutore. Cominciando dalla prima mattina in ufficio, come raccontano i suoi collaboratori, quando arrivando faceva un giro di saluti verificando che “tutti stessero bene”, come un coach con i suoi ragazzi da seguire e sostenere al momento opportuno.

Ecco, questo per Andrea voleva dire essere manager nel senso più concreto del termine, un capo da seguire perché prima di tutto si crede in lui, lo si ammira e lo si sente anzitutto come persona. E posso garantire, senza far torto a nessuno, che non è quasi mai così nelle “sales company” dell’auto, le filiali di distribuzione nazionale delle Case automobilistiche. Fin qui la vita in azienda, poi c’è il mondo esterno, la Casa madre, nel suo caso in Giappone e la direzione europea in Germania, e in casa i concessionari prima di tutto, i fornitori, le agenzie fino a noi giornalisti. Gente molto diversa per interessi, cultura, caratteri. Potrà anche essere difficile crederci o apparire retorico e di circostanza, ma in questo c’era in Andrea tutta la sua poliedrica diversità nel farsi ascoltare e apprezzare spiazzando anche l’interlocutore più maligno e seducendo tutti gli altri.

Ricordo bene e l’ho raccontato spesso, quel giorno in cui scoprii per la prima volta, nell’ordine, il manager, il personaggio e soprattutto l’uomo con il suo eccezionale carattere così insolito, del tutto fuori dagli schemi “canonici” del ruolo e non solo. Eravamo a Barcellona un paio d’anni fa per un incontro di lavoro come tanti altri, la presentazione alla stampa di un nuovo modello, come ne avvengono a decine ogni mese. Mi incuriosì molto ascoltando la sua presentazione e gli chiesi di
parlargli. Lui immaginava, naturalmente, un’intervista ma non che io gli chiedessi subito “Ma tu chi sei?”. Sorrise e cominciò a raccontare. Prima la Ford, poi la Honda quindi la Ducati e infine il “matrimonio” con la Mazda di cui appariva più un tifoso che un manager, carico di passione per l’automobile e per la marca con cui aveva vissuto gli anni più difficili mentre ora stava assaporando l’epoca della grande riscossa.

Parlava di Tokyo come della sua seconda casa e soprattutto di Hiroshima dove la Mazda era sopravvissuta perfino alla terribile bomba. “Dovevo” andarci, diceva, poi mi ci portò lui stesso
orgoglioso di mostrare cosa avevano saputo fare pur attraverso tante difficoltà. Era la stessa carica
travolgente che lo muoveva anche fuori dal lavoro, col pollice in su quando lo fotografavi, allo
stadio per seguire la sua Roma come al bar per un aperitivo.

Molti altri colleghi hanno scritto prima e meglio di me di Andrea, ed è proprio questo che voglio dire prima di chiudere: in qualche decennio di questo mestiere non ricordo nessun manager dell’auto che abbia saputo conquistare allo stesso modo perfino il cuore di così tanti giornalisti.

E forse non lo sapeva neppure lui stesso.

Claudio Nobis

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