Da Francoforte agli Stati Uniti. Volkswagen crolla in borsa

Un Salone di Francoforte ricco di novità, con uno strascico giudiziario extra-salone decisamente "importante".

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Se il salone di Francoforte fosse un’automobile sarebbe la più classica e poderosa delle “muscle car”. Dimensioni esagerate (230.000 metri quadri, provate a immaginarli) potenza da sballo, accelerazioni da astronave. Ne escono tutti a pezzi e, vi prego, non dite “beati voi che ci potete andare”. Soprattutto non ditelo al povero Herald Kruger, numero uno di BMW fresco di nomina e primo oratore della prima giornata stampa alla sua prima uscita pubblica: finito letteralmente al tappeto sopraffatto dallo stress dopo aver pronunciato le prime parole di benvenuto. Per fortuna senza conseguenze. Ne ho viste molte edizioni di questa super-esibizione tedesca, e ogni volta che torno a casa dopo l’infernale due giorni di IAA, penso solo al fatto che non si ripeterà prima di due anni. Solo che ogni volta è peggio: la tensione, la rivalità e la concorrenza, la rincorsa al primato assoluto crescono a cadenza esponenziale in parallelo con l’evoluzione tecnologica che allarga a dismisura orizzonti e obbiettivi che diventano perfino contraddittori.

Un esempio di questo folle affanno? Anzitutto 200 novità, orgoglio degli organizzatori, sono più di quanto il pubblico stesso possa digerire al di la dell’effetto luna park: di tutto e di più, tutto e il contrario di tutto per esorcizzare lo scadere di una passione per l’auto sempre a rischio. Ecologia, bassi consumi, emissioni al ribasso, ma anche prestazioni al massimo e forme “up to date”. Ed è ancora poco rispetto allo sforzo sempre più esasperato in tema di digitalizzazione e connettività, la vera nuova dimensione dell’automobile di cui, in realtà, nessuno conosce davvero il futuro. Da un lato domina l’intramontabile concetto di auto che offrono il più antico “piacere della guida” offerta in tutte le salse che la tecnologia di oggi e di domani possono offrire, dall’altro la gara a chi riuscirà a perfezionare la mitica auto autonoma che guida da sola nel sacrosanto nome della sicurezza degli utenti. Lo ha ricordato Rupert Stadler CEO di Audi annunciando a Francoforte che la sua marca è quasi pronta per la produzione in serie. “L’intelligenza artificiale può salvare molte vite” ha detto aggiungendo le cifre: 900.000 l’anno, perché il 90% degli incidenti sono dovuti agli errori umani, e 36 milioni l’anno di feriti.

Cifre che fanno pensare anche se al momento i test hanno dimostrato che questa è la sfida più audace che mai perché l’auto “autonoma” considera tutti gli altri come se stessa, rigorosa e rispettosa delle regole al 100%... Ma, con tutto il rispetto, lasciano anche interdetti mentre è di questi giorni la notizia del patteggiamento della General Motors con le autorità federali americane (di cui ho scritto venerdi scorso) per aver omesso di confessare e riparare per oltre 10 anni un difetto al sistema di accensione che ha causato la morte di 124 persone (solo quelle accertate) e messo a rischio milioni di altri automobilisti, stando agli interventi eseguiti a cose scoperte su 2,6 milioni di vetture nel 2014. Non è stato il primo caso, anche se è oggi il più clamoroso, e vicende simili si scoprono solo negli Usa dove l’attenzione al capitolo sicurezza stradale è da moltissimi anni al massimo livello. In Europa, invece, nel 90% dei casi è colpa dell’automobilista e neppure Bruxelles ci mette bocca.

Intanto, a proposito di comportamenti “disinvolti” da parte di costruttori di massima fama, anche Volkswagen e Audi (proprio loro) sono incappate, negli stessi giorni di apertura di Francoforte, in un imbarazzante “incidente di percorso” sempre negli Usa, per fortuna in questo caso non letale. L’accusa, sollevata questa volta dall’ente federale per la protezione dell’ambiente (EPA), è di aver venduto circa 482.000 auto diesel dotate di un particolare software capace di far risultare le auto meno inquinanti della realtà. L’inchiesta è in pieno svolgimento e c’è da augurarsi che il potente e autorevole capo del gruppo Martin Winterkorn abbia buoni argomenti a difesa della sua azienda in un Paese che di fronte alle bugie non fa sconti a nessuno. Soprattutto dopo aver vinto alla vigilia dell’estate un premio come costruttore più sensibile all’ambiente e considerando le sue decise affermazioni pronunciate due giorni prima a Francoforte in fatto di grandi rinnovamenti nel suo gruppo con al centro i primati prossimi venturi come 20 nuovi modelli totalmente elettrici entro il 2020 e tutta la gamma di famiglia “trasformata in “smartphone su ruote”.

Tutto ciò non toglie che se il voto in condotta non è sempre il migliore, all’esame di Francoforte direi che sono usciti tutti a pieni voti come avrete visto dalla puntuale e dettagliata cronaca “Live” che Autoblog vi ha offerto fin qui. Sotto ogni punto di vista è stato un match di alto livello tecnico generale la cui rilettura durerà molti mesi e vissuto in una atmosfera di ottimismo sostenuto dall’8,6% di crescita consolidata nei primi 8 mesi dell’anno confermando un’annata da oltre 13 milioni di auto in Europa: ben lontana dai vecchi record ma pur sempre un segnale da cavalcare. Scontata quindi l’esibizione faraonica dei padroni di casa, ma anche i costruttori extra tedeschi “relegati” e ammassati negli altri padiglioni non sono lasciati intimorire.

A cominciare dai giapponesi e da Toyota in particolare che con la nuova Prius di quarta generazione ha ribadito la ventennale leadership in fatto di ibride estendendo ora la formula anche alla Rav4 aggiungendo tuttavia la Mirai, prima fuell cell a idrogeno già in vendita in vendita in Giappone e in America e da novembre anche in Europa. Ma c’è di più, anticipato in parte proprio da Prius: si chiama TNGA, “Toyota New Global Architecture” e segna una sorta di rivoluzione nella progettazione ingegneristica come nella produzione, un evento su cui torneremo con maggiori dettagli e che andrà seguito con molta attenzione nei prossimi anni mentre assisteremo al “derby” VW-Toyota sempre in corso.

Sono solo poche osservazioni di fondo perché dietro lo sfolgorio abbagliante tipo “son e lumiere” d’un tempo, dietro le meraviglie di colori e della tecnica c’è la vera anima della magica industria automobilistica nel bene e nel male, geniale, cinica e amorale al tempo stesso. Restano molte altre storie da raccontare, come quella degli ex “sudditi” di Ford, Jaguar-Land Rover, Mazda e Volvo che in pochi anni hanno ritrovato il proprio smalto. Senza dimenticare il grande assente di Francoforte, Sergio Marchionne mancato al simbolico incontro con Mary Barra per seri motivi sindacali. Ma questa è un’altra storia in pieno svolgimento e tutta da aggiornare.

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