I 60 anni del marchio Autobianchi

Quest'oggi compie 60 anni un marchio forse dimenticato, ma a cui va riconosciuto il merito di aver esteso il concetto di 'lusso' al segmento delle utilitarie. Auguri Autobianchi!

60 anni di Autobianchi

L’11 gennaio 1955 fu una data a suo modo memorabile per l’industria automobilistica del nostro paese: a Milano, in viale Abruzzi 16, venne fondato il marchio Autobianchi. Può sembrare una ricorrenza a cui solo i nostalgici prestano attenzione. Niente di più sbagliato: l’azienda meneghina concepì un nuovo modo di intendere l’utilitaria e trasformò in vettura della domenica quei modelli che i nostri avi guidavano tutti giorni. Oggi utilizzeremo il termine premium, considerato il target di riferimento: Ferruccio Quintavalle, direttore generale di Bianchi, pensò di rivolgersi alle famiglie benestanti che potevano addirittura permettersi una seconda vettura. Fu una piccola rivoluzione. Ben riassunta dalla storica frase di Giovanni Canestrini, giornalista de La Gazzetta dello Sport: “La Bianchina è l’auto della festa, la Fiat 500 è l’auto del giorno di lavoro”.

Autobianchi nasce quale divisione automobilista della Bianchi, società particolarmente attiva e dedita alla produzione di biciclette e ciclomotori. Il suo destino viene completamente stravolto da un dirigente abile ed intraprendente, fra i primi ad accorgersi della crescente voglia di automobili. Siamo nel secondo dopo guerra, in una nazione stremata ma ottimista e dinamica. Ferruccio Quintavalle si rivolge alle principali aziende del paese. L’idea sua e dei suoi collaboratori è di realizzare una vettura con motore quattro cilindri, piccola ma non spartana, dedicata ad un pubblico di categoria più elevata rispetto a quello su cui stavano facendo presa le utilitarie coeve. La visione di Quintavalle è sposata da Fiat e Pirelli. Leggenda vuole che il manager ammiccasse ad Agnelli suggerendogli di considerare l’utilitaria come una sorta di vettura laboratorio, con la quale sperimentare soluzioni non ancora introdotte sulle Fiat.

Allo stesso tempo Quintavalle allettò Pirelli con la promessa che tutti gli esemplari avrebbero calzato i suoi pneumatici. Fiat e Pirelli si lasciano convincere e l’11 gennaio 1955 vengono messe le firme. Il logo del marchio unisce in uno scudetto le lettere A(uto) e B(ianchi). La produzione verrà locata nello stabilimento di Desio, allora ampio 140.000 metri quadri e talmente ben studiato da richiedere solo pochi interventi per consentire la produzione di 200 auto al giorno. Il piano tecnico fu ben studiato: sospensioni, meccanica e motore vennero messi a disposizione da Fiat, mentre Autobianchi doveva realizzare la carrozzeria ed occuparsi del montaggio. In questo modo fu possibile ultimare un esemplare ogni 8 minuti. Il lancio della Bianchina è datato 16 settembre 1957. Era una berlina convertibile, lunga 15 centimetri più della Fiat 500 (di cui condivide la base meccanica) e di ben 20 centimetri più larga, con verniciatura bicolore e numerose cromature.

Il suo prezzo di vendita era pari a 565mila lire, 75mila lire in più della 500. Utilizzava un bicilindrico da 480 cc e 15 CV. Nel 1958, primo anno di vendita, furono ben 11.000 gli acquirenti a parcheggiarne un esemplare sotto casa. L’azienda milanese fiutò il successo ed allargò progressivamente la gamma, lanciando la Trasformabile Special (con motore da 21 CV), la Cabriolet, la Panoramica, la Berlina ed infine una variante furgoncino. In tredici anni di carriera, la Bianchina viene prodotta in quasi 310mila unità. Autobianchi è diventato nel frattempo un marchio indipendente – Fiat e Pirelli avevano rilevato le quote di Giuseppe Bianchi – e lancia una serie di nuovi modelli, come la spider Stellina (1963, con carrozzeria in poliestere e fibra di vetro), la Primula (1964) e la Giardiniera (1966). Il 1968 è un anno chiave, perché Autobianchi viene assorbita da Fiat ed entra sotto il diretto controllo di Lancia. In questo anno inizia lo sviluppo delle A111 ed A112.

La prima è una vettura figlia dell’estro di Dante Giacosa, a trazione anteriore, che l’ingegnere romano immaginò con il logo Fiat (prima che il Lingotto scelse di introdurre la 124, a trazione posteriore). La seconda è un’utilitaria dal notevole successo commerciale e sportivo, portata all’esordio nel 1969 e ritirata sette anni dopo, prodotta in oltre 1.3 milioni di unità e disponibile anche in versione Abarth. L’A112 fu anche l’ultima vettura ad uscire dallo stabilimento di Desio, chiuso nel 1992 ed atto prodromico alla sparizione del marchio (1995).

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