Henry Ford, la nuova Duetto e Mazda

henry-fordAvrete sicuramente riconosciuto l'uomo con la bombetta ritratto nell'immagine. E' Henry Ford, colui che, così si dice, si toglieva il cappello davanti alle Alfa Romeo. Chissà se leggendo sui giornali di sabato scorso la notizia di una presunta Alfa “Duetto” fabbricata in Giappone si sarebbe prodotto nello stesso gesto di stima.

Se ne potrebbe dubitare. La sua ammirazione era rivolta all’essenza tecnica, allo spirito e al cuore sportivo di ciò che la marca italiana aveva saputo esprimere meglio di molte concorrenti nella sua autentica specificità e unicità. Henry Ford, classe 1863, non poteva di certo immaginare cosa sarebbe successo quasi un secolo dopo la sua celebre affermazione. Ma è anche possibile che l'inventore della catena di montaggio e del modello unico perfino nel colore, per abbattere i costi di produzione, avrebbe capito meglio di noi il senso dell’accordo raggiunto da Fiat e Mazda, due partner che hanno necessità comuni.

La casa giapponese, oggi a meno di 1.250.000 auto l’anno, merita il giusto rispetto ma non è un colosso. E' impegnata al massimo nel recupero delle posizioni perdute e dopo il divorzio da Ford ha bisogno di alleanze produttive in tutti i sensi. Quella di aggiungere sulle proprie linee di montaggio anche una “versione” Alfa Romeo alla propria MX-5 comunque programmata per il 2015 era dunque un’occasione ghiotta per Mazda. Al tempo stesso era anche l’unica possibilità concreta per quel che resta dell’Alfa di rimettere sul mercato una “spiderina” di quella taglia seguendo la “spending review” e gli obiettivi di Marchionne di coinvolgere ulteriormente il nuovo partner giapponese. Fin qui il lato razionale del “caso Duetto” che mi sembra sia stato facilmente capito dal pubblico e dai lettori.

Parlando tuttavia fra appassionati e cultori dell’automobile mi hanno colpito alcuni commenti dei lettori come “Goondoon” che considera questa come la migliore notizia che un appassionato di duetto potesse avere, o come “kire” convinto che è molto più Alfa la futura Duetto mettendola a confronto con Mi.To. e Giulietta ricarrozzate Fiat.

Personalmente, trovo che per un “appassionato” di Alfa e di Duetto in particolare, i nomi o i brand non possano bastare: ad essi deve corrispondere un reale DNA di prodotto che non potrà esserci nella futura Duetto (semmai si chiamerà davvero così) seppure sostituito da un cuore altrettanto valido e affermato come quello della Mazda Miata. E questo non significa che la nuova spider Fiat-Chrysler-Mazda non possa essere una eccellente vettura, anche se non sarà una “vera” Alfa, ma non bastano i comunicati ufficiali e le indiscrezioni per dirlo oggi.

In ogni caso quel DNA non è più vivo, hanno ragione tutti i nostri commentatori, e per questo sono personalmente dalla parte delle nostalgie di “Djelpaso” o di "Colin" o ancora di “La Pulce 3”. Ma le opinioni di tutti vanno rispettate purché siano tali e non viziate da ricordi confusi come quelli, se me lo consente, di “Bik”: negli anni 70/ 80 il “blasone” della Duetto era senza rivali il che non toglie che oggi la MX-5 abbia il suo giusto riconoscimento. Comunque caro “Bik” non è una bufala mediatica ed è francamente pesante immaginare che l’accordo con l’Alfa possa nuocere alla Mazda, ma tant’è, anche questa è un’opinione mentre non lo è quella di “Peppone” al quale vorrei ricordare che l’Alfa non fu cacciata dagli USA ma semplicemente ritirata dal mercato per specifico ordine di Cesare Romiti, ancora una volta per non voler investire sull’auto. Ma l’America ancora oggi e piena di fan club Alfa Romeo.

Infine fra i tanti commenti che rivelano comunque la giusta attenzione alla vicenda, è chiaro che interessa poco che tipo di “minestrone” ci sia sotto il vestito di un’auto purché questa sia bella, divertente e di buona qualità, qualunque sia il marchio. E’ giusto così. Lasciate però dire una cosa da “nostalgico” a chi la Duetto l’ha vista nascere e l’ha guidata da New York a Los Angeles per il suo debutto negli Usa nel maggio 1966: “quella” Duetto è un’altra storia, acqua passata, come la stessa Alfa Romeo, e non tornerà anche se ne vorranno usare il nome.

Perciò, se davvero vogliamo parlare di automobili sarà bene capire su quale terreno vogliamo farlo: la realtà di oggi, le nuove regole e le nuove tecniche, l’auto sempre connessa o che si guida da sola e via dicendo sono una cosa, sono il presente e il divenire. La Storia e la “cultura” dell’auto sono tutt’altra faccenda e vanno rispettate come in ogni altro campo di discussione.

Ma a questo proposito vorrei dire ancora una cosa: oggi si vive di repliche in tutti campi, tornano linee e nomi che appartengono alla Storia del secolo scorso. Il cubo della Brionvega oggi è digitale ma ha la stessa forma di quella originale esposta al MoMa di NY: un esempio come un altro, per non dire ancora dell’auto legata ai propri grandi nomi e quando possibile all’evoluzione delle stesse linee, dalla Mini alla 500, e perfino al solo nome su prodotti del tutto diversi come la DS, l’icona di Citroen, che ha portato fortuna anche alla nuova serie che di quella del 1955 non ha proprio nulla.

E allora vi pongo una domanda precisa: possibile che oggi per garantire un prodotto moderno nessuno sappia più lanciare nuove idee, dai nomi in poi? Il passato piace al pubblico o esorcizza le incertezze e la banalità dei moderni creativi? Insomma è poi vero che “Il futuro ha un cuore antico” come scriveva Carlo Levi negli anni 50? A chi vorrà rispondere... tanto di cappello!

Claudio Nobis

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